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Sequestrato tre mesi fa nei pressi di Bonorva, l’allevatore Giovanni Battista Pinna trascorrerà il Natale con i banditi che lo tengono prigioniero chissà dove. Non è la prima volta che ciò accade, ma sembrava solo un evento legato agli anni bui del banditismo sardo. Invece è successo ancora e purtroppo non c’è nulla che possa far sperare in una liberazione più o meno in tempi brevi. Lo hanno dichiarato i carabinieri che stanno frugando in mezza Sardegna alla ricerca di tracce o di piccoli indizi, lo ripetono con disperazione i familiari e gli amici. Il silenzio è totale.
Un rapimento anomalo dicono gli inquirenti, una ignobile infamia aggiungono i parenti che non si danno pace dal giorno della sua scomparsa. Né si può dire che sia stato il sequestro dei beni a creare questa situazione: almeno ufficialmente non ci sono segnali di alcun genere e questo non fa che alimentare l’angoscia. Sono state battute le campagne, frugate le montagne, niente.
Un’angoscia che la famiglia Pinna ha vià vissuto molti anni fa così come i familiari di tanti altri ostaggi che nella notte di Natale hanno pregato per il loro congiunto in catene.
“Incappucciati, chini, a testa bassa” scriveva Sebastiano Satta in una sua poesia parlando dei banditi, gli uomini della notte nelle montagne della Barbagia: il poeta ha usato parole misurate, di dolore e di speranza per chi ha scelto di vivere nell’ombra lontano dalla legge. Banditi di ieri come quelli di oggi.
Ma com’è il Natale di un prigioniero in montagna? Basta riascoltare il racconto dei tanti sardi che hanno vissuto la stessa drammatica esperienza. “Ho saputo che era Natale solo perché un bandito se l’è lasciato sfuggire. Sarebbe stato meglio non saperlo: non ho fatto altro che piangere”. Un altro: “Contavo i giorni come sgranando il rosario. Sapevo che era Natale ma anche quel giorno ho avuto la mia quotidiana razione di cattiveria”.
Ben diverso è il Natale dei sardi della montagna. I pastori cantano tra gli agnelli, l’agrifoglio orna l’altare, è una festa toccante. Rivivono tradizioni e ricordi lontani. Questa è la Sardegna, non quella delle grotte e delle persone incatenate.
“Titti” é una persona normale, un sardo qualunque e giustamente a Bonorva i parenti e gli amici soffrono nel saperlo chiuso in una grotta, anche lui a testa bassa. Non passa giorno che non lo ricordino a tutti: deve tornare a casa.
Perché invece dopo tre mesi non si sa più nulla della sua esistenza? Aspettiamo, dicono un po’ tutti: ma quante lacrime dovranno essere ancora versate prima di vederlo a fronte alta in mezzo alla sua famiglia?
Intanto cresce il fronte della solidarietà. Tutta la Sardegna manifesta ogni giorno pubblicamente nelle piazze, sui giornali, alla televisione rabbia e dolore per l’allevatore portato via, strappato alla famiglia, al paese. Tornano alla mente gli appelli del Papa, dei governanti, delle persone semplici per tanti ostaggi uomini e donne. Chissà che il Natale non sia un giorno speciale anche per i banditi.
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