Maura Marino – Europa ed Agricoltura

EUROPA E AGRICOLTURA

Uno dei comparti agricoli italiani più in crisi è quello degli agrumi. La cosa può sembrare strana alle persone non addentro ai problemi dell’agricoltura italiana che passando davanti agli agrumeti vedono piante in buona salute e cariche di frutti. Non sanno che però quei frutti con molta probabilità resteranno sull’albero perché non è economico raccoglierli. Da diversi anni la produzione nazionale ha subito un forte decremento in quanto nei mercati sono gli agrumi di altri Paesi (Spagna in testa, ma anche del Sud America e del Sud Africa) a farla da padroni ed a prezzi fortemente competitivi. Ormai per i produttori italiani è sparita la vendita delle primizie, la meglio remunerata, in quanto le catene della grande distribuzione garantiscono ai propri clienti la continuità dell’offerta per tutto l’anno, anche fuori della stagionalità, e tale garanzia non può essere assicurata dai prodotti italiani.

Il principale produttore mondiale di agrumi è il Brasile, seguito dagli Stati Uniti, dalla Cina e dal Messico. La produzione italiana, molto staccata nella classifica, rappresenta poco più del 3% di quella mondiale.

Se però guardiamo la classifica dei maggiori esportatori mondiali di ortofrutta in genere e di agrumi in particolare,  troviamo al primo posto l’Olanda (dove per ragioni climatiche non ci sono piante di agrumi) che precede Spagna, Cina, Messico e Stati Uniti. Dall’Olanda e in minor misura dal confinante Belgio, passa la stragrande maggioranza di ortofrutta verso il Nord Europa.

Come è possibile?  Il tutto avviene tramite “lecite triangolazioni” in cui intervengono vari passaggi intermedi che permettono di “pulire” quanto entra in Europa. E’ noto a tutti il massiccio uso, nelle piantagioni del Terzo Mondo, di pesticidi ed altre sostanze di vario tipo, vietate in Italia perché dannose alla salute sia del coltivatore che del consumatore finale: ecco perciò che parecchi prodotti provenienti da Sud America e Africa (ma anche da alcuni Paesi europei come la Spagna, più di manica larga rispetto a noi nell’uso di sostanze chimiche varie) prima di arrivare in Italia passano dall’Olanda, dove  l’Organismo di Controllo olandese certifica la rispondenza alle normative della CE.

Con questo passaggio le merci possono circolare liberamente attraverso i canali commerciali della Comunità Europea, senza che sia possibile risalire all’origine effettiva della merce ed agli eventuali trattamenti subiti. Le norme comunitarie e nazionali impediscono ai consumatori di effettuare controlli per sapere l’origine delle materie prime. Una sorta di riciclaggio autorizzato che va a discapito della trasparenza e della tracciabilità. Si risale alla provenienza del prodotto solo nei casi in cui l’importazione in Italia da paesi “terzi” sia diretta.  Da sottolineare che tale traffico non riguarda solo il prodotto fresco, ma soprattutto il prodotto già trasformato e destinato alla produzione di dolci e bibite, quasi totalmente in mano alle multinazionali e di valore monetario molto maggiore di quello del fresco. E se qualcosa può essere verificata sul fresco, niente può essere controllato nel trasformato.

Discorso analogo può essere fatto per i fiori e per le rose in particolare: i fiori arrivano in Italia soprattutto attraverso triangolazioni dall’Africa che fanno tappa in Olanda. A spingere l’aumento record delle importazioni è stato sicuramente la mancata proroga dell’agevolazione sul gasolio destinato al riscaldamento delle serre, in quanto il conseguente insostenibile aumento dei costi ha messo in ginocchio un settore che già subiva un forte pressing competitivo dai paesi extracomunitari in cui c’è un clima più caldo, dove spesso si sfrutta la manodopera e si utilizzano pratiche di coltivazione bandite dall’Ue come dannose per la salute e l’ambiente. Una situazione aggravata dalla mancanza di trasparenza sull’origine dei fiori in vendita e che consente di “spacciare” come made in Italy quelli importati che spesso arrivano in Italia dopo un lungo viaggio.

A margine va detto che la triangolazione economica è stata di recente sperimentata con successo da alcune aziende italiane in seguito alle ripicche tra Russia e UE per la questione ucraina e funziona così: l’impresa italiana vende alla società di import-export montenegrina o serba che poi vende la merce in Russia. Nei mercati di Mosca sono scomparse le mele italiane e d’incanto sono comparse mele di provenienza serba. C’è pure un risvolto comico. Pare vengano venduti in Russia ananas etichettati come “made in Bielorussia”, un po’ improbabili dato il clima di questo paese. La Bielorussia, pur priva di sbocchi sul mare, ora riesce ad esportare in Russia pure ostriche e gamberetti.

 

Maura Marino – Assemini

Componente Coordinamento Cittadino

 

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