Mario Catania: “Difendiamo il made in Sardegna, integrare turismo e agricoltura”

266201-512x343Carica: presidente Commissione d’inchiesta sulla contraffazione

 

Ministro all’Agricoltura del Governo d’emergenza nazionale guidato da Mario Monti, Mario Catania è stato eletto da pochi giorni presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale.

Solo tutelando la qualità dei prodotti e le specialità della nostra terra potremo far crescere la nostra isola in maniera sostenibile e creeremo un marchio Sardegna imbattibile e unico in tutto il mondo. L’intervista all’on. Catania in esclusiva per il nostro sito ci permetterà di capire cosa può fare la politica e come intervenire per dare valore, non solo economico, ma anche sociale, all’agricoltura, all’allevamento e alla pesca.

 

Presidente Catania, il settore agroalimentare rappresenta una grande ricchezza per l’Italia e per la nostra regione. Tuttavia è molto esposto a fenomeni sempre più diffusi di contraffazione. Quali sono gli obiettivi della Commissione d’inchiesta da Lei presieduta?

La commissione parlamentare di inchiesta ha il compito di arginare un fenomeno che sta colpendo al cuore il nostro sistema produttivo, che implica un giro di affari stimato tra gli 8 e i 9 miliardi di euro sul mercato interno e nell’ordine di diverse decine di miliardi di euro in termini di valore di falso made in Italy nel mondo.

Cercheremo di proseguire il lavoro di inchiesta svolto nella precedente Legislatura. Ma questo non basta. Quello che la nostra Commissione dovrebbe fare, a mio avviso, non è soltanto un’attività di studio e analisi. La nostra presenza in Parlamento ci consegna la responsabilità di proporre soluzioni che ambiscano a rendere migliore l’attuale legislazione sul piano nazionale, nonché fornire supporto al Governo per costruire una linea e delle proposte da negoziare in sede europea.

 

Scarso ricambio generazionale e meno lavoratori: il comparto agricolo sardo è profondamente cambiato in tempi di crisi, nonostante la crescita del livello d’istruzione dei capoazienda e l’aumento della manodopera extrafamiliare. Quali sono le leve da azionare per risollevare il settore? Come adattarsi alle nuove esigenze della globalizzazione, valorizzando al massimo le nostre produzioni?

I giovani non hanno più un atteggiamento di preclusione netta nei confronti dell’agricoltura. È chiaro, però, che devono essere aiutati a trovare la giusta dimensione aziendale, a compiere gli investimenti più corretti, ad avere accesso al credito. Si tratta, infatti, di un’attività che all’inizio richiede dei capitali.

I giovani sono fondamentali per il futuro del comparto e il ricambio generazionale è necessario per ridare slancio alla nostra agricoltura. È di assoluta importanza quindi offrire loro i mezzi per entrare in questo mondo.

 

Anche la pesca avverte troppe difficoltà: sempre meno occupati, sempre meno pescato, il prezzo dei carburanti in aumento. Quali sono le prime tre mosse per tenere vivo un settore vitale per l’isola in linea con le politiche comunitarie sempre più rilevanti in questo ambito? Come conciliare esigenze della produzione e salvaguardia dell’ambiente?

Certamente con un ricambio generazionale e con un sostegno all’ingresso dei giovani nel settore. Ma non solo. Ad esempio l’isola ha un grande potenziale nelle sue aree umide, che oltre ad essere ricchissime in termini di biodiversità hanno anche un profondo legame con il territorio e risultano essere rilevantissime dal punto di vista naturalistico e ambientale, occorrerebbe valorizzarle, magari arginando l’attività umana che insiste sulle sponde dei sistemi lagunari.

Sempre a titolo di esempio, penso anche ad un rilancio del pescaturismo per tutelare le risorse ittiche con una riduzione dei prelievi e al fine di allargare lo spettro delle attività del settore pesca. Non bisogna, infine, dimenticare la grande utilità dell’acquacoltura praticata al largo.

 

Due anni fa intervenendo in un convegno a Olbia da ministro delle Politiche Agricole, lei dichiarò: «In Costa Smeralda il turismo non ha alcun punto di contatto con il territorio, a differenza di altre regioni, come la Puglia, dove il sistema è decollato». Due anni dopo è cambiato qualcosa? Come favorire l’integrazione tra turismo e filiera agroalimentare?

Purtroppo non è cambiato molto. La Sardegna, per rilanciarsi, dovrà trovare altri spazi. A mio avviso attraverso l’idea del turismo sostenibile, inscindibilmente legato alle risorse naturali cui l’Isola è ricchissima e per la quale rappresentano una grande opportunità. Proprio la presenza del turismo straniero potrebbe favorire la penetrazione dei prodotti made in Sardegna anche sui mercati esteri.

L’Agricoltura dovrà diventare elemento di traino dell’economia regionale e potrà farlo grazie ad una maggiore integrazione con il settore turistico.

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