Paola Secci: “La doppia preferenza di genere e la rappresentanza politica femminile”

10003341_685634698168090_2070998324_nLa rappresentanza delle donne in politica e nelle istituzioni vede l’Italia ricoprire un triste primato. Il nostro paese è infatti agli ultimi posti, tra i paesi dell’Unione Europa, a causa della scarsa percentuale di donne elette in Parlamento, nei Consigli regionali, provinciali e comunali, nonostante la popolazione femminile rappresenti oltre la metà di quella nazionale (52% circa).
Nei paesi democratici come il nostro, il rapporto tra le donne e lo Stato è disseminato di stereotipi e discriminazioni, ma non è in discussione la parità giuridica. Gli ostacoli, che impediscono alle donne di arrivare ai vertici, sono di carattere sociale e culturale. Neanche le modifiche costituzionali degli ultimi anni, alcune variazioni delle leggi elettorali e degli Statuti regionali hanno influito positivamente sui dati. La situazione sarda in materia di parità è ancora più negativa del dato nazionale.
Si ripete da sempre che la Sardegna sia una regione matriarcale, dove alla donna viene affidato un ruolo dominante e che questo sia fortemente radicato negli usi e costumi sardi sin dall’antichità. Ma quando si dà uno sguardo ai dati è facile rendersi conto che la nostra regione risulta tra gli ultimi posti in Italia per numero di donne occupate e per l’inserimento delle donne in ruoli importanti. Per chi ci vive è facile sfatare lo stereotipo della “matriarca”, basta guardarsi attorno: in Sardegna la donna comanda certamente, ma svolge questo ruolo solo tra le mura domestiche.
Nella nostra isola, permane una mentalità sessista che continua a discriminare le donne dalla vita pubblica. Forte l’identificazione della donna come moglie e madre, infatti nell’antichità le donne avevano le redini della famiglia ma non potevano esercitare attività di pastorizia e agricoltura poiché erano riservate ai maschi.
Per favorire parità di accesso alle cariche elettive e facendosi promotori del processo di rimozione della discriminazione di genere, il 26 Giugno 2013 è stata presentata dai Riformatori anche in Sardegna la Proposta di legge n° 14 sulla doppia preferenza di genere. Questo meccanismo normativo è già presente nella legge elettorale n.4 del 2009 della Regione Campania, e prevede che l’elettore possa esprimere, nelle apposite righe della scheda, uno o due voti di preferenza, scrivendo il cognome ovvero il nome ed il cognome dei due candidati compresi nella lista stessa. Nel caso di espressione di due preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.
Mentre nella regione Campania la doppia preferenza di genere ha portato la percentuale delle donne presenti in Consiglio dal 4% al 23% in Sardegna il Consiglio Regionale, tramite un voto segreto bipartisan, ha bocciato definitivamente la legge che prevede la doppia preferenza di genere per riequilibrare il numero di uomini e donne. Nel segreto dell’urna, ha votato contro la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali: 45 contrari e 21 favorevoli.
La doppia preferenza sarebbe stata un’opportunità in più offerta agli elettori, una strada concreta per andare verso una maggiore rappresentanza delle donne nelle istituzioni
Ancora una volta, quindi, la Sardegna ha perso un’importante opportunità per rispettare il principio della rappresentanza di genere paritaria nelle istituzioni politiche, principio sancito dalla Costituzione, dalla normativa nazionale e dall’Unione Europea. Ricordiamo che in Europa ci sono donne che guidano nazioni intere e noi Italiane non riusciamo neppure a essere pariteticamente rappresentate nelle istituzioni.

A buon diritto possiamo dire che il deludente risultato elettorale delle ultime elezioni Regionali è la conseguenza diretta e tangibile della bocciatura reiterata della doppia preferenza nelle passate legislature, nonostante le richieste sempre più pressanti delle Commissioni pari opportunità, delle Associazioni femminili e delle donne della società civile e delle istituzioni. La parità di candidatura e di accesso alle cariche elettive non può essere più considerata una “questione di donne da discutere tra le donne” e non può essere una decisione lasciata alla libera iniziativa dei nostri rappresentanti politici, ma deve essere il primo passo per attivare un processo che porti ad una piena e sostanziale democrazia.

A questo riguardo è necessario che noi Riformatori continuiamo a farci portavoce in Consiglio regionale del rispetto del principio della parità di accesso delle donne e degli uomini alle cariche elettive. Si auspica che il nuovo Consiglio regionale trasversalmente decida di riaffrontare, al più presto, l’annosa questione della rappresentanza di genere come tema di democrazia paritaria, al fine di introdurre meccanismi migliorativi di un sistema politico ingiustamente squilibrato su un sesso, per raggiungere l’equità nella distribuzione delle risorse e delle responsabilità tra i sessi, attraverso il rispetto delle identità e valorizzazione delle differenze di genere e la vera parità di accesso alla vita politica, economica, sociale, culturale e civile.
Questa è la sola strada percorribile dai nostri rappresentanti politici anche alla luce degli studi più recenti, le esperienze internazionali dimostrano che una bilanciata partecipazione di donne e uomini negli organismi elettivi e di governo favorisce i processi di confronto, decisionali ed attuativi e rappresenta maggiormente le istanze presenti nella società costituendo un vantaggio quantificabile anche in termini di sviluppo economico e sociale.

Paola Secci
Capogruppo dei Riformatori in consiglio comunale Sestu

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