Lorenzo Dellai: “Sardegna punta sul turismo! L’autonomia non basta: serve buona politica e coscienza civile”

dellaiInizia oggi una serie di interviste esclusive per il nostro sito con esponenti di spicco della politica nazionale di diversi partiti. Vogliamo aprire un confronto ampio sulle potenzialità della Sardegna, un dibattito concreto su come la nostra isola può uscire dalla crisi.
Incontriamo oggi Lorenzo Dellai, capogruppo alla Camera dei Popolari per l’Italia, e presidente della Provincia Autonoma di Trento dal 1999 al 2012. Con lui, amministratore locale di spicco dell’ultimo decennio, discutiamo del valore dello statuto speciale e dei partiti territoriali, parliamo di Europa e ci chiediamo come la nostra Regione possa crescere “negoziando con lo Stato non solo risorse”.

Presidente Dellai, il panorama politico attuale sembra quasi schiacciato su un referendum tra Grillo e Renzi, come dicono alcuni osservatori un derby tra rabbia e speranza. Quale spazio possono avere oggi dunque i partiti a vocazione regionale o locale?
Il referendum Renzi- Grillo non sarà un dato strutturale ma contingente della politica italiana. In realtà, dopo la crisi dei grandi partiti di massa della prima repubblica, non si è ancora consolidato un sistema di partiti nuovo. Ciò che sembra emergere, dopo la fase dei partiti personali, è un modello di partito molto legato alla leadership e alla dimensione della comunicazione.

Si apre uno spazio molto ampio per una politica legata invece ad un territorio, soprattutto se questo territorio ha una peculiare dimensione istituzionale.
Naturalmente, per me, un partito territoriale non necessariamente è un partito solo “locale”. Ho sempre pensato che sia anche necessario ricercare forme confederate di aggancio alla dimensione nazionale e europea. È una strada ancora tutta da esplorare e di grande interesse, in una fase storica nella quale il contatto diretto con le persone rischia di essere merce tanto importante per una democrazia non solo formale, quanto rara.

In Sardegna un referendum plebiscitario promosso dai Riformatori ha portato all’abolizione delle province e alla riduzione del numero dei consiglieri regionali. Si può davvero riformare senza urlare?
Riformare senza urlare dovrebbe essere la regola, per la buona politica. Il punto è che ormai tutti urlano e i media considerano solo che urla. Ciò detto, in determinate situazioni, anche iniziative clamorose e forti possono essere necessarie: basta che alla fine non siano le uniche. Perché spesso, più le riforme sono urlate, più sono poi solo proclamate.

In un contesto storico e politico di riforme “abolizioniste” a gran velocità molto spesso viene sottovaluta e messa in discussione l’attualità delle regioni a statuto speciale. Ha senso chiedersi se nel 2014 uno Statuto Speciale ha valore o no?
No, non ha nessun senso. Gli Statuti Speciali si possono migliorare, adeguare ai tempi, sottoporre a evoluzione, ma non si possono cancellare.
Essi sono parte della storia istituzionale della comunità territoriale, non una mera congettura giuridica. Possono aver dato risultati buoni o meno buoni, ma la colpa degli eventuali fallimenti non è degli Statuti, ma della classe politica che ha utilizzato male gli strumenti di autogoverno e dei cittadini che l’hanno scelta e magari confermata con il proprio voto.
Ho forti e radicali perplessità, di tipo culturale prima che politiche, di fronte a questo “turbo riformismo semplificatore”. Vedo un rischio micidiale: confondere la sacrosanta esigenza di semplicità e rapidità nelle decisioni con la verticalizzazione brutale dei poteri.
È questa la ricetta per uscire dalla crisi e rapportarsi con il mondo globale? Non è vero piuttosto che proprio la crisi ha alle sue origini il fallimento di un pensiero omologante e sempre più lontano dalla vita delle persone e dei territori? Vogliamo veramente importare, sul piano sociale e istituzionale, modelli fondati su un rapporto esclusivo tra “individuo” e “Stato/Mercato”? Pensiamo non ci debba essere nulla di “intermedio”: la famiglia, i corpi sociali, le comunità locali e territoriali?
Le vere riforme, quelle che durano e incidono nella evoluzione della società, si fondano su un rapporto virtuoso tra spinta verticalizzante (la semplificazione, la razionalizzazione, la specializzazione, la concentrazione di poteri e funzioni di sistema) e spinta orizzontale ( la partecipazione, la condivisione, la sussidiarietà; in una parola, l’autogoverno come dimensione civile prima che amministrativa ).
Ora, riflettiamo un attimo: chi interpreta oggi in Italia questa seconda spinta così essenziale per un Paese equilibrato, che non corra il rischio di disgregarsi? Le Province sono ormai un mero consorzio di comuni, sotto la leadership delle città metropolitane (alcune peraltro piuttosto improbabili e comunque difficilmente adatte a farsi carico della cultura territoriale non urbana); i comuni versano in situazioni critiche; le Regioni ordinarie sono ectoplasmi; quelle speciali sono sotto attacco costante; le grandi organizzazioni sociali sono delegittimate, e così via.
In questo quadro, i pochi spazi veri di autonomia ancora esistenti hanno una vocazione di sistema essenziale: rielaborare una cultura dell’autogoverno prima che il vento centralista e statalista si imponga su tutto e su tutti.

Quali sono le potenzialità della Sardegna agli occhi di un amministratore che si è distinto a livello nazionale per il governo del proprio territorio?
Molte. Ne cito due. La prima è proprio l’Autonomia Speciale (altro che considerarla un peso da superare…). Posso ricordare l’esperienza della mia regione, il Trentino Alto Adige. Eravamo una terra molto povera e marginale: fino agli anni Sessanta l’emigrazione era una necessità che riguardava migliaia di famiglie.

Sono state proprio le politiche pubbliche frutto dell’autonomia speciale che hanno dato impulso fondamentale allo sviluppo sociale ed economico. Una autonomia che ha assunto via via sempre più poteri e responsabilità in settori decisivi: la scuola, la formazione, la ricerca, l’università, il lavoro, l’energia, la cultura e via dicendo. Ovviamente, l’autonomia senza buona politica e buona coscienza civile è come un motore potente senza benzina. Ma il motore c’è e deve essere usato. Anche negoziando con lo Stato non solo risorse, ma sopratutto strumenti e poteri di autogoverno nei settori nuovi dello sviluppo.

La seconda potenzialità riguarda il turismo “dolce “, quello della cultura, del territorio minore, dello spazio rurale e non “sviluppato”. Può essere un volano straordinario per lo sviluppo sociale ed economico che ora connota solo alcune aree più famose della Sardegna e non sempre con ricadute a favore dei sardi. Ma la domanda di turismo sta evolvendo in molte direzioni, compresa questa. Serve però un piano territoriale generale, non tanto per le infrastrutture quanto per la formazione degli operatori e per la creazione delle opportunità.

 

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