Pierpaolo Vargiu: sì all'Agenda Monti ma noi rilanciamo con l'Agenda Sardegna

di Pierpaolo Vargiu

Le 25, scarne paginette dell’AGENDA MONTI introducono un’innovazione radicale nella tradizione italiana dei “programmi politici elettorali”, da sempre caratterizzati dalla “ponderosità”, che li trasforma in tomi enciclopedici, complessi e spesso poco coerenti nelle singole parti, destinati ad essere letti da pochi e – soprattutto – a restare nel cassetto dopo le elezioni.

foto(15)In realtà, le campagne elettorali italiane, da tempo immemorabile, non si giocano sulla credibilità di programmi elettorali che nessuno ritiene vincolanti per il governi futuri, ma su una comunicazione basata su pochi “slogan ad effetto” e sul carisma personale dei leader che li pronunciano, spesso destinati a guidare cartelli elettorali assolutamente disomogenei per gli obiettivi delle forze politiche che li compongono.

Le esperienze del Governo Prodi del 2006, ma prima ancora quella del primo governo Berlusconi, o addirittura quella dell’ultimo Governo Berlusconi, che pure avrebbe goduto di una larghissima maggioranza parlamentare, sono la testimonianza di quanto le coalizioni elettorali siano riusciti ad allontanarsi da programmi creati apposta per non “allontanare nessuno” e di sia conseguentemente difficile che i programmi possano poi smussare gli spigoli vivi, che rendono metodi e obiettivi incompatibili tra loro.

E’ per questo che le 25 pagine dell’AGENDA MONTI rappresentano una vera rivoluzione nella comunicazione politica.

E rappresentano la volontà di presentarsi al giudizio dei cittadini “dicendo la verità”, anche quella scomoda, senza promesse mirabolanti (e irrealizzabili), nella consapevolezza che lì’obiettivo non è “unire tutti”, ma unire soltanto “tutti quelli che ci stanno”, convinti che la battaglia si possa meglio vincere con un esercito di truppe scelte, fortemente motivate, piuttosto che con un grande esercito che condivide soltanto l’obiettivo della spartizione del bottino.

L’Agenda Monti non vuole “sorprese post elettorali” per i cittadino, ma neppure ne vuole per chi è scelto dai cittadini per metterla in opera.

E’ sufficiente leggerla: l’Agenda Monti non è il solito pot-pourri cerchiobottista, scritto all’insegna del “ma anche”, che contiene tutto e il suo contrario, ma un manifesto chiaro e coerente che traccia la strada lunga e scomoda, ma diritta per la trasformazione della società italiana da “società ingessata” a “società aperta”.

Con l’Agenda Monti si può essere d’accordo o meno, nella piena consapevolezza del treno su cui si sceglie di salire.

All’Agenda Monti sui può dire SI o NO: chi ci sta, sottoscrive un “patto in chiaro”, dal quale non ci si può sganciare in corso d’opera, sostenendo di non aver capito: il malinteso è impossibile!

Questa è la prima riflessione alla base del SI dei RIFORMATORI SARDI all’Agenda Monti.

Siamo però consapevoli che ci spetta una responsabilità in più: la declinazione dell’Agenda Monti perché possa diventare una vera

AGENDA SARDEGNA

che, anche in Sardegna, segni il discrimine netto tra “chi ci sta” e “chi non ci sta”.

Noi Riformatori lo diciamo da anni, ma oggi è difficile far ancora finta di non vedere.
In Sardegna è terminata la fase storica ASSISTENZIALISTA, CLIENTELARE e BUROCRATICA.

Cosa vuol dire?

Per oltre 60 anni, la macchina politica e amministrativa della Sardegna ha “gestito” finanziamenti statali, ridistribuendoli secondo logiche di tipo assistenzialista, rivolte al mantenimento della coesione sociale, senza riguardo alla ricerca della crescita endogena, che modificasse il modello di sviluppo.

Questo “sistema di gestione” ha inevitabilmente causato la prosperità di un moloch burocratico, sovradimensionato e autoreferenziale, privo di mission dinamica, finalizzata allo sviluppo.

La burocrazia sarda ha sempre interpretato un ruolo collaterale alla politica, sovraintendendo per conto della politica al sistema di redistribuzione delle risorse statali, spesso frenandone il flusso e garantendo le logiche di discrezionalità, funzionali alla stabilità del potere politico locale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una società “pietrificata”, ben oltre quella nazionale, con concentrazione della poca ricchezza disponibile, how to save money on car repairs carenza di qualsiasi opportunità legata al merito e alla libertà di intrapresa, blocco di qualsiasi “ascensore sociale”: se non si “emigra” altrove, in Sardegna si tende a nascere e morire nella stessa posizione sociale, ogni generazione un po’ più povera di quella precedente.

E’ quasi pleonastico sottolineare come, nelle condizioni date, in Sardegna manchi una vera classe dirigente: anzi, con questo “modello di non sviluppo”, forse non ce n’è neppure bisogno.

Dopo 60 anni, in Sardegna cambiano le condizioni complessive di contesto. L’Europa e l’Italia soffrono una crisi economica epocale, i trasferimenti dello Stato verso l’Isola non possono più essere a carico del debito pubblico che cresce senza controllo, in nome della garanzia della coesione sociale.

Cosa significa?

Significa che oggi, in Sardegna, il “residuo fiscale pro capite”, cioè il disavanzo tra tasse prodotte localmente e risorse pubbliche consumate, supera i 2200 euro.

In altre parole, significa che ogni anno lo Stato italiano drena risorse fiscali dalle regioni più ricche e trasferisce in Sardegna una cifra che supera di 4-6 miliardi di euro la ricchezza fiscale realmente prodotta in Sardegna.

Questo succede da sessant’anni, ma le mutate condizioni di contesto inducono a pensare che difficilmente si potrà andare avanti senza cambiamenti nei prossimi anni.

E’ evidente a tutti che i trasferimenti economici dello Stato sono destinati a modificarsi, sia come entità, sia per quanto attiene alle forme di controllo dell’efficacia e della qualità della spesa (la famosa “spending review”) da parte dello Stato.

Il diverso “atteggiamento statale” è finalmente l’occasione imperdibile e obbligatoria perché anche in Sardegna si discuta la “rivoluzione culturale” che introduce ad una nuova stagione della spesa pubblica e ad un nuovo modello di sviluppo economico.

E’ inevitabile che questa “rivoluzione culturale” renda necessari percorsi “scomodi e fastidiosi”, all’opposto di quelli “buoni per tutte le stagioni” a cui ci eravamo colpevolmente abituati.

Anche l’Agenda Sardegna nasce per “unire soltanto chi ci sta”, nella consapevolezza che sono esclusi tutti coloro che sperano nel mantenimento de “su connottu”.

Da dove si parte?

E’ indubbio che si parta dai REFERENDUM del 6 MAGGIO 2012, che hanno segnato una linea di demarcazione netta tra una gran parte del mondo della politica di palazzo, che li ha avversati e i cittadini sardi che li hanno votati in modo quasi plebiscitario.

Qual è stato lo spirito dei referendum del 6 maggio?

Intanto, MENO CASTA, MENO COSTI, PIU’ CENTRALITA’ DEL CITTADINO.

Cancellazione degli Enti inutili, a partire dalle Province, cancellazione dei consigli di amministrazione del sottobosco politico, meno centri di potere e sottopotere della politica, meno “corporazione politica” che attende grandi e piccoli frutti di spartizioni.

La riduzione del numero e delle indennità dei consiglieri regionali è stata decisa dai sardi con i Referendum, ben prima che gli scandali nazionali travolgessero tutto!

Il recupero della fiducia nella politica passa dunque attraverso una nuova sobrietà della politica, ma anche attraverso il pieno utilizzo di tutti gli strumenti della democrazia partecipata diretta (elezioni primarie) e digitale, attraverso i “focus dei cittadini”, il “dibattito pubblico”, la trasparenza digitale incentivata delle pubbliche amministrazioni.

MA I REFERENDUM del 6 MAGGIO SONO SOLTANTO UN PUNTO DI PARTENZA.

La nostra “rivoluzione culturale sarda” passa attraverso i

13 punti dell’AGENDA SARDEGNA.

UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

La crescita economica della Sardegna non può più basarsi soltanto sul trasferimento di risorse statali. Non si può più sperare sulla crescita sarda finanziata dal debito pubblico italiano. La sfida dei prossimi anni è quella dell’azzeramento del “fiscal divide”: è una sfida prima di tutto culturale, che ci trasforma da soggetti “passivi” in “soggetti attivi” e passa per l’uso diverso delle risorse disponibili, finalizzato al raggiungimento dell’autonomia economica.

UN NUOVO BRAND SARDEGNA

Al di la del mare e delle spiagge, abbiamo una ricchezza unica, non riproducibile, né de localizzabile. E’ la nostra storia millenaria, simboleggiata dai nuraghe. Su questa storia si può costruire un nuovo BRAND SARDEGNA che può trascinare tutti i nostri prodotti nel mondo e cambiare radicalmente il corso della nostra economia.

SARDEGNA, ISOLA d’EUROPA.

Dobbiamo ribaltare la nostra condizione di insularità ad handicap. Il riconoscimento dall’Europa degli svantaggi dell’insularità non va tradotto in risarcimento danni, ma in misure fiscali ed economiche per lo sviluppo. Sardegna 2.0 e Sardegna 3.0, ci possono mettere all’avanguardia nella rivoluzione digitale che cancella gli handicap della insularità.

LA RIVOLUZIONE DELLA BUROCRAZIA REGIONALE.

Digitalizzazione, sistemi incentivanti e premiali di risultato. Aggiornamento professionale e internazionalizzazione. Fast track per la dirigenza. LA RIVOLUZIONE DEL SISTEMA DI ISTRUZIONE

La formazione è la scommessa per una nuova classe dirigente. Nuovo ruolo dell’insegnante con incentivi e verifiche. Canali della formazione professionale in grado di recuperare

l’abbandono. Università regionale unica. Sistema di borse di studio per sostegno dei “fuori Regione”. Incentivazione degli scambi pre e post laurea. Gemellaggi con high school e università estere. Valore strategico e attivazione strutturale di Sardegna Speaks English.

LA RIVOLUZIONE DEL SISTEMA D’IMPRESA

Abbandono dell’industria pesante e di quella energivora. Corsia preferenziale per investimenti con bonifiche e compatibilità ambientale. Semplificazione procedurale concessoria. Politiche di attrazione di investitori stranieri. Defiscalizzazione degli utili di impresa reinvestiti. Facilitazione dell’accesso al credito di progetto. Politiche di sostegno alla PMI attraverso i gruppi di acquisto e quelli di vendita.

LA RIVOLUZIONE DELL’AGRICOLTURA e DELLE INDUSTRIE AGROALIMENTARI.

Politiche di accorpamento fondiario e di sostegno all’impresa agricola. Impegno contro l’abbandono dell’agro e per il risparmio ambientale. Sostegno alle filiere corte. Sostegno alle filiere multiple.

LA RIVOLUZIONE ENERGETICA

Sostegno al risparmio energetico nelle città, attraverso la trasformazione edilizia. Risparmio energetico nelle campagne attraverso gli impianti di autoproduzione. Incentivi alla digitalizzazione delle città, smart city, ai sistemi di trasporto condivisi.

LA RIVOLUZIONE NELLE INFRASTRUTTURE.

Primo obiettivo: la continuità territoriale verso il continente e interna. Condizioni di continuità sovrapponibili per i sardi e i non sardi. Oneri di continuità trasferiti dalle rotte ai passeggeri trasportati per facilitare per tutti la destinazione Sardegna. Modernizzazione della rete ferroviaria con l’obiettivo di trasferire su rotaia il trasporto merci oggi inquinante su gommato. Autostrade del mare per una nuova centralità come hub dei mercati del Mediterraneo.

LA RIVOLUZIONE nel WELFARE

Sanità sostenibile economicamente, senza sprechi e duplicazioni. Pochi ospedali, ben funzionanti con forte integrazione tra ospedale e territorio. Sistema di 118 e di elisoccorso d’avanguardia. Welfare mirato per anziani, disabili, cronici e socialmente deboli.

LA RIVOLUZIONE NEL TURISMO

Serve la “destagionalizzazione” oltre il turismo balneare. La ricchezza della nostra storia nuragica è unica al mondo e intreccia i nostri destini con il popolo dei guerrieri Shardana e con l’Isola di Atlante di platonica memoria. Migliaia di nostri siti sono pronti ad accogliere la curiosità del mondo, oltre i mesi estivi.

LA RIVOLUZIONE NELL’ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI.

La cultura del NO porta superbia e povertà. La Sardegna deve “mettere a reddito” i propri punti di forza, senza temere i grandi investitori, apportatori di capitale. I “nuovi investitori” hanno bisogni di condizioni di mercato favorevoli. Spetta a noi garantire “certezza e garanzia nelle regole” e “rapidità di risposta”.

IL NETWORK DEI SARDI FUORI SARDEGNA

Dobbiamo trasformare la debolezza sociale delle migrazione in punto di forza. Il web ci consegna strumenti straordinari per valorizzare le professionalità sarde che possono contribuire alla crescita del nostro sistema sociale e della nostra rete di rapporti internazionali.

zp8497586rq

Un commento su “Pierpaolo Vargiu: sì all'Agenda Monti ma noi rilanciamo con l'Agenda Sardegna”

  1. Vincenzo Atzeni

    Caro Pierpaolo ho letto con attenzione l’Agenda Monti. Devi ammettere che da buon economista liberale la sua agenda rappresenta un costrutto che non può appartenere a nessuna idea “riformista” nel senso classico del termine. Sappiamo bene che questo termine è sempre stato usato dalla sinistra e che ne fa sempre un punto fermo dei suoi programmi. Quando si parla di riformisti, in genere ci si rivolge alle persone di sinistra. E noi non lo siamo. Capisco che ora, in campagna elettorale Monti lo usi moltissimo, ma sarebbe bene che non dimenticasse che un distinguo di questo genere crea molta confusione. Difatti tutti se lo chiedono. La questione non è semplice, e non è neanche semplice comprendere il perché ora, Sempre Monti, dica che le tasse potrebbero essere abbassate e l’IMU ridotta. Si è adeguato anche lui al criterio del sopravvivere in campagna elettorale? Come vedi bene anche tu, da quando si è candidato ha cambiato lessico pur sapendo e conoscendo bene che la semantica è altra cosa. Quella semantica che lui conosce bene e che non può non fargli ricordare l’etmologia del termine “rifofrmismo”. Ieri ha detto, da Bruno Vespa rispondendo alla domanda: “Ma lei si alleerebbe con Bersani se fosse necessario?” La risposta, ripetuta, è stata: “E’ presto per rispondere”. No caro Piepaolo, è troppo tardi per dire che con Bersani non dovrebbe esserci mai un dialogo. Troppo distanti le posizioni. Il termine “Riformismo” nasce tanto tempo fa dai socialisti che volevano avicinare la piccola borghesia alle classi meno abbienti. La sinistra italiana lo ha sempre usato per colpire i ricchi definendoli sempre e tutti quali ladri e sfruttatori. Che il marcio esista tra chi possiede molto denaro è verissimo, ma non si tocchi chi con capacità e professionalità ha saputo creare posti di lavoro. La patrimoniale è un balzello populista che Monti non condivide e non potrà mai condividere. Dunque nel termine “Riformismo” della sinistra si nasconde la voglia insana di colpire chi ha creato ricchezza. Una cosa è colpire gli evasori, altra cosa colpire tutti coloro che hanno denaro e pagano sempre e regolarmente le tasse. Siamo un Paese libero, grazie a Dio, e dobbiamo salvaguardare la libera attività evitando lo statalismo che si è cronicizzato negli intendimenti esponenti della sinistra riformista. Ma chi è che è contro le riforme? nessuno. Dipende dalle riforme, come bene sai. E allora sono un riformista anche io, a cominciare dalla Costituzione che nella seconda parte è viziata (nel 1947 era comprensibile) dall’allora giusta paura dei costituenti onde evitare che qualcuno potesse avere quel potere che portò al fascismo. Sai bene che oggi con la seconda parte della Costituzione la Repubblica è ingovernabile se non si cambiana la ridistribuzione dei poteri e dare al capo del Governo la possibilità di agire secondo il bene del Paese, sia Primo Ministro di sinistra o di destra.
    Con sincera stima
    Vincenzo Atzeni

I commenti cono chiusi

Contattaci

Riformatori sardi
Coordinamento regionale
sede: Via Sant'Ignazio,30 - 09123 - Cagliari
telefono: 070 301131
Direzione Operativa: 070 6014279
email: info@riformatori.it