Franco Meloni: a Roma l'Isola in prima linea

di Franco Meloni

La Sardegna è, nella nostra visione, parte integrante dello Stato Italiano cui è legata da secoli di storia in comune, dalla condivisione di tantissimi momenti belli e meno belli, dalla comune credenza in un sistema di valori che si sono formati e consolidati nel tempo.

franco meloniAnzi siamo i fondatori , insieme ai piemontesi, dello Stato unitario , ne abbiamo sempre fatto parte nel bene e nel male e per favorirne lo sviluppo, la crescita e il prestigio – a torto o a ragione- centinaia di migliaia di sardi hanno negli anni offerto un contributo insostituibile, inclusi quelli che hanno versato il loro sangue su tutti i campi di battaglia del mondo

Siamo e resteremo parte importante dello Stato Italiano aldilà delle situazioni che ci portano talvolta a chiederci se ne valga la pena e talvolta anche alle mozioni che, insidiosamente ma non inaspettatamente in un periodo di crisi come quello attuale, guadagnano lentamente ma costantemente consenso popolare.

Non ci riferiamo tanto ai voti che una mozione sull’indipendenza può ottenere in Consiglio Regionale quanto al fatto che certi argomenti populistici, usati a destra come a sinistra o al centro, tendono a guadagnare spazio nella considerazione della opinione pubblica.

D’altra parte abbiamo abituato grande parte della nostra gente ad aspettarsi aiuto dallo Stato e quindi non c’è da stupirsi che quando, come ora , lo Stato attraversa difficoltà economiche serie e non può pertanto offrire i soliti provvedimenti di carattere assistenzialistico, il cittadino che si vede negare cose che ormai ritiene un suo diritto acquisito per reazione tenda a considerare nemico lo stato.

Ma anche a voler trascurare gli aspetti politici, ideologici, sentimentali e storici che ci legano all’Italia tutta, basta una superficiale visione dei nostri conti pubblici per far considerare fuori da ogni prospettiva realistica la separazione della Sardegna dallo Stato .

Ad occhio e croce siamo debitori alle finanze pubbliche di circa 4.5 miliardi di euro l’anno che sono propriuo quelli che consentono ai nostri concittadini di mantenere un livello di vita adeguato ad un paese moderno dell’occidente, nonostante le tante e talvolta giustificate lamentele.

Ma questo non significa che tutto è perfetto e ci sono comunque tante cose che la Sardegna può e deve chiedere allo Stato con la ragionevole aspettativa che vengano accolte.

COSA LA SARDEGNA DEVE CHIEDERE ALLO STATO

Sicuramente la Sardegna deve chiedere con forza che i suoi diritti vengano tenuti in considerazione e soddisfatti nell’ambito di ragionevoli aspettative.

Ci sono sicuramente due aspetti sotto i quali i sardi possono chiedere che la collettività nazionale si faccia carico dei loro problemi e non hanno nulla a che fare con richieste assistenzialistiche o con le solite querimonie lacrimose.

Qui non si tratta di piangere con la mano tesa , si tratta invece di rivendicare diritti precisi ad essere equiparati al resto del paese o almeno alla parte più ricca e progredita di esso.

Ci riferiamo innanzitutto alla questione della insularità e della connessa “continuità territoriale” sulle quali non pare neppure il caso di sprecare troppe parole.

I sardi hanno diritto di percorrere duecento chilometri o trenta chilometri alla stessa velocità e con la stessa spesa con cui li percorre un qualsiasi abitante della Lombardia o della Sicilia, i sardi hanno il diritto di andare a Roma o a Milano con una tariffa che non li costringa a fare un mutuo bancario prima di partire e soprattutto con la stessa frequenza e facilità con cui un cittadino italiano può prendere il treno per andare da Bari a Roma o a Napoli.

Ovviamente così come possiamo chiedere allo Stato di aiutarci a risolvere il problema della continuità territoriale verso l’esterno non possiamo dimenticare che anche noi sardi “continentali” abbiamo gli stessi obblighi verso i nostri corregionali delle isole minori.,

Se si vuole davvero che la crescita economica, civile e sociale della Sardegna possa diventare una realtà e non restare una vuota espressione dialettica, è bene che il problema della continuità interna ed esterna venga risolto e lo Stato non può sottrarsi ai suoi doveri.

Altro punto sul quale la Sardegna deve chiedere con forza che i suoi diritti vengano rispettati è quello della infrastrutturazione civile che è a livelli abissalmente distanti da quello del nord del paese.

Non c’è dubbio che dal dopoguerra ad oggi lo Stato ha investito somme enormi per infrastrutturare sopratutto il nord e il centro del paese e possiamo ragionevolmente ritenere che una parte dell’enorme debito pubblico sia legato anche alle spese affrontate per strade, ferrovie, ponti, aeroporti e chi più ne ha più ne metta.

Dire che la Sardegna – e non solo lei,in verità- sia stata trattata equamente sotto questo profilo è nella migliore delle ipotesi un eufemismo e anche un viaggiatore distratto non ha difficoltà a rendersi conto dell’arretratezza delle infrastrutture dell’isola, soprattutto nel campo dei trasporti.

Occorre quindi un grande sforzo di solidarietà da parte dello Stato per mettere riparo a queste due piaghe che non sono millenarie ma comunque di durata oramai inaccettabile, uno sforzo importante per la collettività nazionale ma “dovuto” molto più che le solite elargizioni per porre riparo alla chiusura di un industria decotta o a qualche altra emergenza sociale.

Uno sforzo che deve essere fatto anche che tenendo conto che lo sforzo economico che lo Stato affronterebbe sarebbe ripagato nel tempo da una crescita economica che poi darebbe i suoi ritorni anche in termini di ricchezza prodotta e di ritorni fiscali.

COSA DEVONO FARE LA REGIONE E I SARDI

Allo stesso tempo, e pur nell’ambito di quadro che rispetti le esigenze surricordate, la Regione dovrà continuare ad essere partner serio ed attendibile dello lo Stato ai fini del raggiungimento della stabilizzazione finanziaria complessiva del paese, rispettando il Patto di Stabilità e i vincoli che ci vengono posti dall’Europa e dall’appartenenza ad una comunità più vasta e di più ampio respiro rispetto alla nostra isola.

Il Patto di Stabilità va naturalmente stabilito ex novo sulla base della rinegoziazione dell’accordo Soru-Prodi ma va anche rispettato con lealtà sia a livello regionale sia a livello comunale e questo è un problema che va affrontato e risolto con un grande sforzo di coesione e di corresponsabilizzazione verso gli amministratori locali.

E vero che soprattutto i primi cittadini sono in prima linea ad affrontare i problemi della gente ma è anche vero che è troppo facile dare la colpa alla Regione o allo Stato che “non ci da le risorse” quando non si deve fare lo sforzo o raccogliere l’impopolarità che imporre le tasse comporta.

A tutti fa piacere spendere e dare risposte ma tutti, per primi i sindaci e gli amministratori locali, facciamo parte di un sistema che deve essere solidale in tutte le direzioni, verso il basso ma anche verso l’alto, verso i cittadini ma anche verso coloro che prendono le decisioni cercando di perseguire l’interesse di tutti.

Insomma non è più tempo di “furbetti del quartierino” , è ora di rimboccarsi le maniche e di fare sacrifici e purtroppo i sacrifici li devono fare anche quelli che hanno di meno : in Italia ( e in Sardegna il discorso è simile) il 93 % dei cittadini guadagna meno di 40.000 euro l’anno lordi e quelli sopra i centomila euro l’anno lordi sono meno del 2% .

Illudersi di risolvere i problemi “facendo pagare di più chi ha di più” è solo l’enunciazione di vuoti slogan populisti per prendere in giro la gente, bisogna invece dire la verità per quanto impopolare: i sacrifici per uscire dalla crisi li dobbiamo fare tutti, anche in una regione così duramente colpita dalla crisi come la nostra..

Solo questo, aggiunto ad una implacabile caccia agli evasori fiscali, potrà portare a duna situazione tale da consentire un miglioramento dei conti dello Stato e della Regione cui possa seguire una riduzione fiscale il più possibile generalizzata ma che cominci soprattutto dalla riduzione dei costi del lavoro.

Non è materia di competenza regionale ma è sicuramente interesse della Sardegna che si continui sulla strada intrapresa dal Governo Monti nell’ultimo anno, con la riduzione del peso dei contratti nazionali e per converso l’attribuzione di sempre maggiore rilevanza a quelli di livello aziendale o locale.

Non si vuole sostenere la strada delle gabbie salariali ma bisogna anche guardare in faccia la realtà, la nostra terra è meno infrastrutturata di altre parti del paese, i trasporti incidono sui costi e abbiamo tradizioni manifatturiere meno radicate rispetto alla Lombardia e al Piemonte: per quale motivo gli imprenditori dovrebbero venire ad investire in Sardegna ?

Negli Stati Uniti quando la BMW cercava un sito dove produrre i suoi SUV la Carolina del sud come sistema, intendo politica, sindacati,fornitori locali, lavoratori e sistema sociale nel suo complesso gli ha offerto condizioni di particolare favore che hanno indotto il colosso tedesco a localizzare a Spartansburg la sua nuovissima fabbrica; l’impresa ha avuto successo, tutti hanno fatto sacrifici ma tutti hanno avuto pi anche grandi vantaggi.

Allora anche noi dobbiamo farcene una ragione, le condizioni sono quelle che sono e dobbiamo cercare soluzioni diverse, il primo obbiettivo deve essere quello di garantire la crescita economica della nostra comunità e dei nostri concittadini, anche a costo di fare sacrifici in un primo momento con l’obbiettivo di recuperare in seguito quello che si perde adesso.

Ma anche in questo caso bisogna stare attenti, recuperare in seguito deve essere inteso in senso di solidarietà intergenerazionale, può cioè essere che la nostra generazione fa sacrifici per lasciare una terra e una situazione migliore ai nostri figli.

Per fare questo occorre visione, fiducia nel futuro e partecipazione da parte di tutti, senza

egoismi e senza voler difendere privilegi superati.

LA RINEGOZIAZIONE DEL PATTO SORU-PRODI DEL 2006

Come è ben noto nel 2006 gli allora Presidente della Regione Soru e Primo Ministro Prodi raggiunsero un accordo su un diverso regime di suddivisione delle entrate fiscali tra lo Stato e la Sardegna che venne poi inserito nella Legge Finanziaria dello Stato per il 2007.

Nella sostanza alla Sardegna venne riconosciuta una percentuale maggiore sulle entrate fiscali “prodotte” nell’isola con particolare riferimento all’IVA e all’Irpef, rispettivamente assegnate alla Regione per i 9/10 e per i 7/10.

In cambio la Regione si assumeva la totale responsabilità economica-finanziaria del servizio sanitario e della continuità territoriale: il patto , fu salutato come una grande vittoria per la Regione ma alla lunga si sta invece rivelando un disastro.

Infatti, aldilà delle peripezie sul riconoscimento o meno del dovuto da parte dello Stato e soprattutto del problema del patto di stabilità, l’accordo , che portava nelle casse della Regione circa1.4 miliardi di euro in più a partire dal 2010, era basato su una sorta di scommessa che si potrebbe riassumere nei seguenti termini.

Ora dispongo comunque di 1.4 miliardi in più ,dopo aver detratto le spese per la sanità e per i trasporti, in seguito la disponibilità diminuirà perche l’aumento dei costi di sanità e trasporti ne eroderà una parte ma d’altro lato la prevedibile crescita del PIL produrrà anche un aumento delle entrate fiscali e quindi io, Regione, prima che le risorse aggiuntive vengano riassorbite dall’aumento delle spese avrò il tempo di impostare e finanziare forti politiche sviluppiste che mi consentiranno di “restare in vantaggio” sul fronte delle entrate.

Questo ragionamento, condivisibile in linea di principio , scontrava due ostacoli , uno legato alla capacità della classe dirigente sarda di usare effettivamente quei soldi in maniera da produrre sviluppo e non con la solita elargizione a pioggia per soddisfare gli appetiti clientelari, e l’altra legata alle difficoltà di fare previsioni economico-finanziarie attendibili.

E proprio quest’ultima si è rivelata la parte più negativa perché praticamente subito dopo la stipula dell’accordo Soru-Prodi (che, non si dimentichi , entrava effettivamente in vigore nel 2010) è scoppiata una delle crisi finanziarie più pesanti e durevoli della storia dell’umanità che, tra le altre conseguenze ha prodotto una diminuzione del PIL in termini reali che ha toccato punte del 5 % l’anno.

Cioè, al momento dell’accordo nel 2006 ci si poteva aspettare che il PIL sardo potesse crescere in termini complessivi( incluso cioè il costo dell’inflazione) di circa il 3.5-4 % annuo, pari ad almeno 1.2 miliardi/anno, e che questo si riverberasse sulle entrate della Regione per almeno 350-400 milioni, sufficienti a far fronte al prevedibile aumento delle spese sanitarie d i quelle per i trasporti.

Invece la crisi ha provocato non solo il mancato aumento del Pil ma addirittura la sua diminuzione che dl 2008 ad oggi è sceso di quasi il 7 % con conseguente adeguamento in negativo delle entrate fiscali.

Allo stesso tempo la spesa sanitaria è aumentata di oltre 800 milioni e per quanti sforzi vengano lodevolmente fatti per tenerla sotto controllo è destinata ad aumentare ancora , non fosse per altro, che per il semplice invecchiamento della popolazione.

Insomma , aldilà delle cifre che possono essere discusse ma certo senza cambiare molto, è evidente che l’accordo del 2006 si sta rivelando per la Sardegna una catastrofe finanziaria perché , anche per rispettare i vincoli imposti dalla legislazione nazionale, non possiamo ridurre più di tanto una spesa sanitaria che , per giunta, funziona nell’isola pure come una forma di potente ammortizzatore sociale.

Il patto Soru-Prodi deve essere rinegoziato con il prossimo governo della Repubblica e ciò deve essere fatto con urgenza assoluta prima che l’equilibrio finanziario della Regione sia messo a rischio da un’inevitabile corsa all’indebitamento messa in atto per salvare una forma anche minima di coesione sociale.

LA STRADA PER LA CRESCITA

ELIMINARE GLI SPRECHI, RIQUALIFICARE LA SPESA

Eliminare gli sprechi è prima di tutto un imperativo morale, è un fatto che si deve a coloro che lavorano duramente e che pagano con un imposizione fiscale altissima il loro contributo alla vita della collettività cui appartengono.

Ma particolarmente in situazioni di difficoltà come quelle che stiamo vivendo diventa ancora più pressante la necessità di spendere bene e in maniera produttiva le scarse risorse che sono disponibili.

La Spending Review che il governo Monti ha coraggiosamente lanciato nel 2012 a livello nazionale può essere ripetuta anche in Sardegna, con la necessaria attenzione perché non si devono colpire le spese che sono davvero necessarie ma anche con la determinazione che il compito richiede sia in termini pratici sia in termini etici.

Nella nostra regione è stata già avviata una importante campagna per ridurre la spesa pubblica e gli sprechi più fastidiosi e intollerabili per i cittadini nei momenti di crisi e lo stesso Consiglio Regionale ha dato un esempio importante riducendo i suoi costi operativi di oltre il 20 % e i compensi complessivi dei consiglieri di una percentuale ancora maggiore.

Ma si può fare di più, la legge per la riorganizzazione degli enti locali deve essere portata in aula al più presto e devono essere ridotte le spese dei comuni non strettamente legate al benessere dei loro cittadini.

Sull’onda dei referendum proposti dal nostro partito e votati a schiacciante maggioranza dai sardi nel maggio del 2012 si sta procedendo all’abolizione delle provincie, almeno di quelle che la legge consente in questo momento, nonché all’abolizione dei consigli di amministrazione degli enti regionali : è bene che questi provvedimenti vedano la luce presto e in maniera organica ma complessiva.

Si facciano le Unioni dei Comuni, si accorpino gli uffici amministrativi, si aboliscano i consigli comunali nei comuni sotto i 1000 abitanti, si ricorra ad una centrale regionale unica per gli acquisti e tutti i dipendenti delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali facciano parte di un comparto unico , con un solo ufficio personale, un solo ufficio previdenziale e un solo ufficio concorsi.

Sono misure semplici da introdurre, di forte impatto organizzativo ed anche economico, ci vuole solo la volontà politica per farlo.

La spesa della regione deve essere attentamente esaminata e noi proponiamo l’istituzione di un ufficio regionale indipendente che esamini le leggi prima della loro promulgazione ( adozione ? ) valutandone gli effetti economici e di conseguenza l’adeguatezza della copertura economica.

Le spese storicamente a bilancio devono essere anch’esse sottoposte a revisione ed eventualmente ridotte o annullate : per esempio, continuiamo a finanziare con cifre ingenti da anni la Carbosulcis in attesa che l’Europa si decida a dare il via libera alla famosa centrale a carbone con immissione della CO2 nel sottosuolo.

Per quanto continueremo ad aspettare il via libera ? O forse converrà pensare a forme di protezione per i lavoratori e chiudere la baracca una volta per tutte ?

Naturalmente questo è solo un esempio, se ne potrebbero fare tantissimi altri ma il significato chiaro è che è finito il tempo delle vacche grasse, bisogna riqualificare la spesa e orientarla verso gli usi che possano garantire ai cittadini il miglior ritorno possibile in termini economici e sociali.

LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE IN SARDEGNA

In generale non è azzardato affermare che, salvo eccezioni lodevoli ma purtroppo rare, la pubblica amministrazione nella nostra isola è di livello insoddisfacente e tutti quanti siamo testimoni del funzionamento farraginoso delle amministrazioni pubbliche, in primis quella della Regione.

Le lamentele dei comuni cittadini ma anche quelle di coloro, come i politici, che vivono più dentro il palazzo sono la testimonianza evidente di un disagio profondo, espresso civilmente, ma diffuso, condiviso e senz’altro dannoso per la nostra collettività.

Giudizi analoghi vengono continuamente espressi dalle imprese, dalle banche, dalle istituzioni, dai media e tutti puntano l’indice sulle gravissime insufficienze della pubblica amministrazione sarda, addebitandole buona parte delle ragioni delle difficoltà di crescita dell’economia nell’isola e dei disagi che un comune cittadino deve affrontare per qualsiasi necessità in cui la pubblica amministrazione debba essere coinvolta.

Un’indagine condotta recentemente dal Censis riporta lungaggini burocratiche e sprechi del sistema amministrativo nelle regioni del sud ma è soprattutto sulla competitività delle imprese, che in Sardegna già pagano un obolo pesantissimo all’insularità, che gli effetti si fanno sentire generando un aumento di costi e di tempi tali che si valuta che il 24 % della ricchezza prodotta dalle imprese del sud viene sacrificato sull’altare della pubblica amministrazione senza vantaggi per nessun cittadino.

Tutto questo incide inoltre pesantemente sulla possibilità di raccogliere investimenti provenienti da fuori Sardegna perché l’investimento tende a concentrarsi dove può trovare le condizioni migliori, tra le quali vi sono senz’altro amministrazioni pubbliche più efficienti e veloci.

Un’indagine della Banca d’Italia del 2010 ha esaminato i costi della burocrazia rilevando che i costi di start-up di un’impresa corrispondono in Sardegna al 38,2% dei costi iniziali di avviamento dell’impresa mentre l’analogo costo per un impresa lombarda è del 10 %.

Si pensi all’edilizia, settore nel quale le disparità sono ancora più palesi, con 958 giorni in media per ottenere una licenza edilizia in Sardegna contro i 515 della media nazionale: forse non è difficile comprendere le ragioni di uno sviluppo incompleto e strutturalmente debole.

Per le nostre pubbliche amministrazioni esiste inoltre un’altra acclarata area di insoddisfazione del cittadino comune, quella rappresentata dalla pervasività delle logiche clientelari che diventano intollerabili quando, come nella nostra realtà, arrivano letteralmente a governare il rapporto tra la pubblica amministrazione e il cittadino.

La complessità voluta delle procedure, le interpretazioni più burocratiche delle norme sempre in sfavore dell’utente indifeso, l’incapacità o peggio la scelta deliberata di molti funzionari e dirigenti di non assumersi rischi (l’italico: chi me lo fa fare?) generano inoltre l’humus culturale necessario per l’innestarsi dei gravissimi fenomeni di corruzione e di concussione di cui le cronache giudiziarie del paese sono piene.

E’ necessario modificare con impegno e trasparenza questa situazione in profondità perché una pubblica amministrazione inefficiente è piombo nei piedi della società, delle sue possibilità di crescita e del benessere dei suoi componenti.

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Ed è bene che cominciamo a farlo subito perché qualunque strada scegliamo si tratterà di soluzioni che avranno effetti solo nel tempo in quanto, come dice Jaques Attali, noi decidiamo oggi quello che succederà nel 2050 e progettiamo oggi quello che forse accadrà nel 2100.

L’intervento cui pensiamo è quello di una maggiore selezione meritocratica nella scelta dei nostri prossimi funzionari e dirigenti anche se la nostra collettività non sembra provvista di quella condivisione culturale verso la meritocrazia che sarebbe necessaria per introdurla davvero.

Noi vogliamo lavorare per cambiare questo stato di cose, per modificare i valori morali cui dovrebbero ispirarsi i nostri funzionari pubblici, per instillare in essi una tensione etica condivisa che gli consenta di comprendere che con la Regione non firmano solo un contratto formale ma che assumono obblighi verso la collettività che vanno aldilà dei loro stretti compiti d’ufficio.

Devono essere persone speciali perché rappresentano funzioni che non possono prevedere esclusivamente l’otto-quattordici ma bensì doveri e obblighi che vanno aldilà degli impegni strettamente contrattuali.

Abbiamo già proposto e lo riproporremo con forza un percorso di selezione e formazione che porti ad una classe di funzionari pubblici realmente al servizio del cittadino, di persone che comprendano appieno l’alto e ampio obbiettivo che la società affida loro, che sappiano sviluppare il loro potenziale in favore non tanto di se stessi quanto a beneficio della collettività che li ha scelti e incaricati di alte funzioni.

Oltre a questo specifico percorso professionale e formativo della dirigenza , intendiamo arrivare al più presto ad una radicale revisione della Legge Regionale n. 31 del 1998, la legge che regola il funzionamento dell’apparato pubblico in Sardegna : una legge superata, farraginosa e iperburocratica il cui intento sembra quello di proteggere non i diritti dei cittadini che pagano le tasse quanto piuttosto quello di proteggere gli interessi degli impiegati, funzionari e dirigenti della Regione.

Non si può restare ancora ancorati ad un organizzazione degli uffici pensata quasi trent’anni fa, ad una visione dei rapporti sindacali e gerarchici ormai obsoleta, bisogna passare anche in questo caso, come opportunamente prevede l’Agenda Monti, dalla concertazione alla consultazione.

Inoltre dobbiamo assolutamente garantire ai cittadini la trasparenza di tutti gli atti della pubblica amministrazione e in tal senso ci adopereremo per far si che tutte le delibere e le determinazioni degli organi politici e amministrativi siano pubblicati sui siti internet ufficiali entro 24 ore dalla loro adozione e che chi ne abbi interesse possa averne copia negli stretti tempi tecnici necessari.

Come l’Agenda Monti prevede su base nazionale anche in Regione dobbiamo fare, con l’aiuto dei cittadini, una cernita attenta delle procedure burocratiche da eliminare o da modificare profondamente , conservando le parti utili all’interesse collettivo ma eliminando tutto il sovrappiù inteso più a dare potere alla burocrazia che ad assicurare il rispetto delle leggi e gli interessi della collettività.

Naturalmente non possiamo che essere entusiasti dell’adozione del principio di trasparenza assoluta della pubblica amministrazione e , qualora non lo sia in automatico, ci adopereremo perché esso si immediatamente esteso alla nostra isola.

In sintesi, noi riteniamo necessario dare inizio ad una profonda mutazione della nostra pubblica amministrazione, una vera e propria rivoluzione che richiederà alcuni decenni ma che è destinata a cambiare il futuro della nostra isola per i nostri figli e i nostri nipoti.

Una mutazione ispirata a tre principali direttrici di marcia, selezione, formazione e modifica dei valori etici e culturali.

POLITICHE PER LA FORMAZIONE UNIVERSITARIA

Vogliamo costruire una Sardegna in cui invece di chiedere soldi al Governo per difendere l’esistente vengano adottate politiche per investire nell’intelligenza dei giovani..

Non abbiamo altra strada se vogliamo competere nel mondo globale, che piaccia o non piaccia oramai è una realtà con cui dobbiamo fare i conti, che investire nella cultura e nell’intelligenza dei nostri giovani.

Non possiamo competere con tanti dei paesi che si affacciano oggi alla modernità che hanno costi della manodopera inarrivabili per noi, un divario che si colmerà in decenni, però possiamo competere con l’intelligenza, la cultura, la ricerca, in poche parole con un capitale sociale che ha pochi eguali al mondo ma che dobbiamo curare e preservare con attenzione e amore.

L’incremento del nostro capitale sociale, dei livelli culturali dell’isola nel suo complesso, la ricerca e la valorizzazione delle eccellenze, è insieme l’obbiettivo principale che ci proponiamo con l’Agenda Monti per la Sardegna e allo stesso tempo il mezzo per arrivare a realizzare la Sardegna del futuro.

Stiamo vivendo una situazione che minaccia idi diventare drammatica sotto il profilo della crescita in futura, oggi il 20 per cento dei nostri diciottenni vanno a studiare in Università fuori dell’isola, e molti di loro, che ovviamente appartengono alle famiglie più colte e abbienti, non faranno più ritorno in Sardegna.

Per noi sarà una perdita incalcolabile, una terra che non ha risorse naturali, non ha petrolio, ha un apparato industriale che esce lentamente di scena, sta regalando la risorsa più preziosa, la sua intelligenza , la sua gioventù per mancanza di una seria politica universitaria.

Ovviamente siamo ben consci che la Regione ha una parte minuscola nelle politiche universitarie che sono di competenza dello Stato ma è pur vero che ogni anno escono dalle casse della regione per entrare , a vario titolo, in quelle delle Università sarde circa 160 milioni di euro.

Si tratta di una cifra enorme, soprattutto considerando che si tratta come detto prima di competenze dello Stato per le quali, di conseguenza la Regione non dovrebbe spendere nulla: forse possiamo spendere meglio i nostri soldi, sempre per l’Università ma in m naiera differente da quanto abbiamo fatto fino ad ora.

Visti i risultati ci sono pochi dubbi sul fatto che dobbiamo fare altro.

Noi dobbiamo assolutamente evitare da un lato che i nostri giovani migliori vadano a studiare alla Bocconi o istituzioni equivalenti e non facciano più ritorno nell’isola e dall’altro che buona parte dei nostri possibili talenti, quelli –per intenderci – provenienti da famiglie di condizioni socio-economiche disagiate, siano privati della possibilità di frequentare anche loro le scuole migliori del paese.

E’ sotto gli occhi di tutti come un numero elevatissimo di giovani sardi, le cui famiglie se lo possono permettere, prende in seria considerazione la possibilità di intraprendere gli studi in istituti al di fuori dell’isola e che molti lo facciano effettivamente , così come sono in fortissimo aumento quelli che fuori dall’isola vanno a frequentare master o corsi di specializzazione che non dovrebbe essere particolarmente difficile offrire in Sardegna.

Questo determina, oltre alla perdita di tante intelligenze, anche una gravissima distorsione sociale, perché ci sono quelli che possono farlo e quelli che invece non se lo possono permettere e sono quindi destinati a restare in fondo alla scala sociale.

Questa situazione è già in atto oggi, non domani, sta già succedendo da anni e provocando serie conseguenze e la situazione della pubblica amministrazione di cui abbiamo parlato nel precedente paragrafo lo dimostra con la sua drammatica carenza di classe dirigente.

Noi abbiamo bisogno di istituzioni che creino la nuova classe dirigente del futuro, che selezionino e formino i nostri giovani migliori , in poche parole che diventino davvero “le fabbriche di eccellenza” di cui parlano gli esperti delle dottrine meritocratiche e che mancano drammaticamente alla nostra collettività.

Non vogliamo spendere meno risorse regionali nella formazione universitaria, vogliamo spenderne di più non appena le condizioni economiche lo consentiranno, ma vogliamo spenderle in modi diverso da quanto fatto fino ad ora.

In poche parole non riteniamo affatto che l’unica maniera di spendere i nostri soldi sia quella di sovvenzionare le Università dello Stato, cioè quella di fungere da mecenati che mettono riparo ai tagli che lo Stato decide di imporre alle due Università sarde., e non solo.

Oggi si sta verificando che lo Stato impone a tutti i suoi Atenei tagli volti ad una razionalizzazione delle spese, ad esempio l’eliminazione dei corsi di laurea inutili o delle cattedre che non hanno seguito e funzioni, le Università non lo fanno per ragioni di politica interna e di clientele e preferiscono battere cassa a “mamma regione” che , sebbene riluttante, subisce le pressioni e almeno in parte esaudisce le richieste.

Il risultato è che nulla cambia nell’offerta e nella modernizzazione degli Atenei e l’unica conseguenza è che si distolgono risorse destinate ad altri settori per supplire i compiti dello Stato.

Ma non solo, c’è pure il paradosso che quando la Regione chiede alle Università più infermieri o tecnici sanitari la risposta è che, se li vuole, si deve pagare le spese ; non è più quindi un Università al servizio della collettività ma al servizio di se stessa, se la collettività – che pure comunque mantiene gli Atenei con la fiscalità generale – ha bisogni differenti deve mettere la mano in tasca e provvedere a pagare il conto!

E ora che si ponga fine a questo corto circuito perverso con lo Stato che dovrebbe provvedere alla formazione universitaria ( perché si tiene la parte di imposte relativa alla funzione ) e invece scarica parte dei costi sulla Regione e per giunta offre un servizio inadeguato, come dimostrano i tanti studenti sardi che scelgono di studiare fuori dell’isola.

Noi proponiamo che si mettano le basi per l’istituzione nella nostra isola di una o più Università di grande livello scientifico, accademico e professionale, che siano anche importanti istituti di ricerca e di insegnamento di valore internazionale.

Riteniamo fondamentale per il futuro della Sardegna che ci siano istituzioni universitarie con standard pari alle grandi scuole umanistiche, scientifiche e tecnologiche americane o nordeuropee, che abbiano un corpo docente con un ottimale rapporto con gli studenti ma soprattutto un’offerta formativa moderna e adeguata alle necessità reali dell’isola.

Si potrebbe pensare a collaborazioni con Università estere oppure anche con grandi Istituti privati nazionali, come la Bocconi o la LUISS, giusto per fare qualche esempio, utilizzando le risorse disponibili con il sistema dei voucher invece che con i finanziamenti diretti alle università.

Bisogna ragionare, e lo faremo, su come premiare gli studenti poveri ma meritevoli perché è inaccettabile che quelli di famiglia benestanti abbiano tutte le porte aperte e i “poveri” no, per fare ripartire un ascensore sociale fremo da almeno una generazione.

Così come bisogna ragionare sulle risorse cospicue che tutti gli anni impieghiamo per la ricerca. E a questo proposito non possiamo che condividere l’accento che l’Agenda Monti pone nei confronti dell’ANVUR e delle procedure che a livello nazionale si stanno mettendo in atto per valutare finalmente la ricerca in termini concreti e non più con la solita, e purtroppo tipica, autoreferenzialità.

Insomma il concetto è che l’università è fondamentale per la crescita civile ed economica della Sardegna e che dobbiamo investire di più nel settore ma non seguendo ancora i piani dello Stato ma con progetti nuovi ed originali che prevedano la nascita e la diffusione nell’isola di piccole e grandi scuole universitarie di alto livello.

La Sardegna può diventare, grazie anche al suo ambiente e al suo clima, un centro di formazione universitaria di altissimo livello aperto non solo ai giovani sardi ma anche a quelli provenienti dal sud Italia e dal vicino bacino del Mediterraneo, può diventare una terra popolata da giovani studenti di diverse culture e provenienze geografiche, può inventarsi un futuro anche economico come centro formativo.

Bisogna quindi investire non solo sullo sviluppo delle università ma anche sulle strutture recettive, come le case dello studente che dovrebbero essere in grado di ospitare tutti gli studenti e non solo quelli di reddito basso; ma bisogna superare gli ERSU, carrozzoni politico-accademici, e pensare a degli enti agili e sburocratizzati, non legati a duna sola università ma aperti invece a tutti gli studenti che, con l’eccezione, di quelli che risiedono a brevissima distanza, dovrebbero essere obbligati a vivere dentro l’Università , per vivere in pieno l’Università e il suo spirito.

Abbiamo in programma anche l’istituzione di collegi speciali, tipo la Scuola S.Anna di Pisa, dove accogliere gli studenti migliori che abbiamo, indipendentemente dall’Università che frequentano, per fornirgli un servizio di tutoraggio dedicato che faccia si che le nostre migliori intelligenze, indipendentemente dal loro reddito e appartenenza sociale, possano davvero fiorire nell’interesse di tutta la collettività.

Insomma , per quanto si rifersice all’Università, l’Agenda Monti per la Sardegna ritiene il tema basilare per il futuro dell’isola , prevede che si rivoluzioni il sistema

Con più risorse non più destinate a supplire lo Stato nelle sue Università ma da mettere a disposizione dei giovani sardi con un sistema di voucher disponibili per tutti gli istituti che vorranno accettare la sfida in Sardegna: chi è bravo attirerà gli studenti migliori e farà pagare le tasse necessarie per coprire i costi, come avviene in tutto il mondo o quasi.

E, come avviene in tutto il mondo o quasi, gli studenti pagheranno integralmente la loro istruzione ma avranno diritto a borse di studio totali o parziali pagate dalla Regione in proporzione ai redditi della famiglia di provenienza.

IL TURISMO

L’agenda Monti individua nel turismo una delle direttrici principali di uno sviluppo economico possibile per il nostro paese e certamente non possiamo essere noi sardi a sottovalutare il tema dato che già il settore rappresenta una fetta importante, circa l’8% del nostro PIL.

Era intendimento della coalizione con cui stiamo governando la Sardegna negli ultimi quattro anni promuovere uno sviluppo delle attività turistiche fino ad arrivare al 12 % del PIL, cioè un incremento di circa 1.5 miliardi l’anno

Insieme a questo obbiettivo di carattere – diciamo così – nettamente quantitativo, ve n’è però un altro che attiene alla qualità e che presenta per quanto riguarda la nostra Regione due profili distinti ma entrambi importanti, la destagionalizzazione da un lato e lo sviluppo delle zone interne, ovviamente sotto l’aspetto turistico e culturale, dall’altro.

Per quanto concerne il primo profilo, esso è talmente chiaro che sembra inutile spiegarlo ulteriormente : basti dire che circa il 95 per cento delle presenze turistiche nell’isola si concentra nel periodo estivo ed in particolare nei mesi di luglio e agosto, con una modesta quota a giugno e settembre e un pressoché desolante deserto nel resto dell’anno.

Per quel che si riferisce al secondo profilo, non v’è dubbio che sia desiderabile riuscire ad attrarre un tipo di turisti diverso da quello , un po’ sbracato, che invade le nostre spiagge nelle più famose località turistiche durante l’estate.

Abbiamo bisogno di turisti più maturi, che siano consapevoli che in Sardegna vi sono, oltre ad un mare che ha pochi confronti al mondo, anche ricchezze archeologiche, ambientali e paesaggistiche che meritano di essere visitate e vissute con la stessa passione con cui si vive il turismo balneare.

Ecco che per raggiungere il nostro obbiettivo dobbiamo mettere

a sistema tutto quello che possediamo e dobbiamo allo stesso tempo creare le condizioni per sviluppare altre caratteristiche che ancora non possediamo.

Abbiamo, sembra inutile ripeterlo, paesaggi e panorami irripetibili, mare e spiagge straordinari e con pochi raffronti nel mondo,ma abbiamo anche , pur se poco pubblicizzate e sottovalutate, incredibili ricchezze artistiche, artigianali e culturali nel senso più pieno del termine.

Dobbiamo trovare però anche il sistema di attrarre un turismo diverso da quello abituale, abbiamo bisogno di turisti più colti, di livello socio economico adeguato a capire che la Sardegna offre un immenso patrimonio di tesori che vale la pena di andare a vedere, non solo spiagge bellissime.

Il nostro progetto si trova quindi di fronte alla necessità di un duplice sforzo, che prevede da un lato un aumento delle presenze e dall’altro ottenere questo incremento non nei già congestionatissimi mesi estivi ma bensì nel resto dell’anno, sviluppando quindi poli di attrazione che creino le ragioni e le condizioni per cui un turista, possibilmente benestante e con pochi vincoli di natura lavorativa, scelga di venire in Sardegna a novembre o a marzo.

Un progetto complessivo che riguarda alberghi, trasporti, ristoranti, musei, parchi minerari e più in generale l’urbanistica e l’ambiente, insomma che comporti un cambio importante della mentalità del nostro sistema turistico e dei suoi operatori.

Dobbiamo avere il coraggio per esempio di ammorbidire le normative urbanistiche per quanto riguarda il settore recettivo e consentire incrementi di cubatura destinati a centri benessere, a locali necessari per sviluppare le attività congressuali e altri servizi ai clienti, nonché ad un ampliamento delle aree recettive non per numero dei letti disponibili ma bensì per ampliare le camere come richiede il turismo moderno.

Abbiamo la necessità di concludere il percorso della legge sul turismo golfistico che può consentire un importante occasione di diversificazione e di crescita turistica al di fuori dei canonici mesi estivi, dobbiamo senz’altro sfruttare la potenzialità “marinara” della Sardegna creando una rete di porticcioli agibili tutto l’anno e che attraggano turisti residenziali e non esclusivamente balneari.

L’Agenda Monti per la Sardegna deve inoltre prevedere lo sviluppo del turismo cosiddetto “outdoor”, bike, camping, scouting , creando strutture adatte ad incontrare l afoirte domanda che viene soprattutto dai paesi del nord Europa.

In questo quadro si devono quindi inserire una serie di proposte interconnesse tra di loro che puntino anche a valorizzare il patrimonio culturale e religioso di diverse zone dell’isola, l’immenso patrimonio museale all’aria aperta rappresentato dai nuraghi e il bellissimo ma sottovalutato patrimonio minerario con percorsi di grande interesse storico, industriale ed economico

Deve trattarsi quindi di un programma integrato che , come già detto, metta a siatema tutto quelllo che possediamo e che sfrutti al meglio il dono più grande che la natura ci ha dato , il clima particolarmente mite che contrassegna praticamente tutto l’anno, e che in termini relativi diventa ancora più mite in considerazione che la nostra offerta dovrà necessariamente rivolgersi ai paesi più ricchi che di solito sono anche più freddi.

Aldilà della crisi economica che ha colpito il mondo occidentale dalla fine del 2007 e che ora pare – fortunatamente – in via di superamento, il turismo e le correlate attività rappresentano sicuramente alcuni tra i settori economici in più forte espansione o comunque con prospettive senz’altro favorevoli.

In tutto questo progetto vediamo un ruolo della Regione diverso dal solito di “ufficiale pagatore” di impianti e infrastrutture sollecitati dalle istituzioni locali di solito in base a considerazioni di natura più redistributiva cha commerciale o industriale, poi gestite dalla Regione stessa oppure affidate agli enti locali che si devono improvvisare manager con i risultati che abbiamo già visto tante volte.

Questa volta la Regione, mediante una programmazione “leggera” che nasce dal territorio a seguito dell’esame dei progetti presentati dalle comunità locali e dagli imprenditori, indirizza e interviene pure finanziariamente per stimolare il pieno sviluppo della proposta ma non deve decidere direttamente.

Insomma uno sviluppo basato non più su considerazioni politiche localistiche ma bensì sulla base di piani industriali accurati e dettagliati, del cui successo o insuccesso qualcuno – imprenditore o anche ente locale- dovrà portare infine la responsabilità finale.

Punto fondamentale del nostro disegno nel settore sarà la rivalutazione di Sardegna Promozione, riteniamo necessario riorganizzarla da cima a fondo, affidarla a manager e pubblicitari di grande livello, ampliarne i compiti in campo non solo promozionale ma in quello dello studio della domanda turistica presente e futura e di pianificazione delle misure necessarie per soddisfarle.

Siamo del parere che tutte le attività turistiche dovrebbero rientrare nelle competenze dell’agenzia, di cui bisognerebbe trasformare la natura giuridica per sottrarla ai lacci e laccioli tipici della pubblica amministrazione e al contempo procedere all’abolizione dell’assessorato regionale del Turismo trasferendone i compiti residui ad altro settore.

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LA QUESTIONE FEMMINILE

Noi riteniamo un imperativo che i legislatori, ai vari livelli, provvedano all’adozione di misure normative che favoriscano le pari opportunità tra uomini e donne e quindi non possiamo che sottoscrivere con particolare entusiasmo la parte dell’Agenda Monti che pone la questione femminile al centro dell’azione politica futura.

Si tratta di un problema di giustizia basilare per la convivenza civile, nel senso che una società ingiusta, come quella che discrimina le donne, corrode e corrompe l’etica dei comportamenti individuali e collettivi.

Il tutto senza trascurare che uno dei fatti di maggiore rilievo che incide negativamente sulla crescita e sulla produzione di ricchezza della nostra Regione, ma direi dell’intero paese, è proprio lo scarso numero di donne impegnate nel mercato del lavoro.

La scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro presenta dati inquietanti se si considera che in Italia solo poco più del 45 % delle donne ha un’attività lavorativa rispetto alla media OCSE che è intorno al 60 %.

Ma basta pensare che ci sono paesi dove la partecipazione femminile alla forza lavoro sfiora l’ottanta per cento per capire come nel nostro paese ci stiamo privando di almeno un trenta per cento delle nostre risorse umane, culturali e professionali.

In molti paesi sono state adottate politiche tese a favorire il ruolo della donna nel sistema economico, anche per ragioni egoistiche, se si pensa che il lavoro femminile vale negli USA oltre il 40 % del prodotto interno lordo di quel paese!

Esiste inoltre nella nostra regione ( e non solo) il famigerato “soffitto di vetro” (ceiling glass), dal nome di una fortunata allocuzione che vuol significare l’invisibile ma reale barriera che esiste tra le donne e gli incarichi più importanti nelle aziende e , più in generale, nelle società e anche in quelle più meritocratiche come gli Stati Uniti.

Anche in questo caso, sbarrare per pregiudizi più o meno nascosti e inconfessabili la strada delle donne verso gli incarichi di maggiore prestigio e responsabilità significa privarsi di una quota consistente delle intelligenze e delle culture di potremmo teoricamente disporre.

Le donne che fanno carriera, anche in occidente, sono poche rispetto sia al loro numero sia alla loro forza culturale e al proposito basti considerare che le iscritte all’Università nel nostro paese hanno superaro gli uomini in tutte le facoltà eccetto ingegneria. Per ora !

Per la verità bisogna anche dire che questi argomenti cominciano a fare breccia nella pubblica opinione e sempre più spesso si alzano voci a richiedere misure per correggere la situazione, nell’interesse non solo delle donne ma proprio della collettività nel suo complesso.

Noi riteniamo che sia necessaria una buona dose di “affirmative action”, cioè quell’insieme di forzature di carattere politico e culturale che sole possono portare ad un superamento della situazione attuale.

Accompagnata non tanto e non solo da una politica rigida di quote rosa quanto proprio da un’azione di “cultural suasion” da parte delle istituzioni, del sistema universitario, delle rappresentanze sociali e delle aziende che possano portare ad un cambio di mentalità che, a sua volta, produrrà un cambio della situazione.

Intendiamo proporre norme che prevedono quote rosa sia al livello della dirigenza sia a quello dei consigli di amministrazione delle imprese, agenzie ed enti pubblici e privati.

Così come bisogna introdurre le “quote rosa” anche nel settore della politica , prevedendo l’introduzione di meccanismi volti a favorire l’elezione di rappresentanti del mondo femminile nelle istituzioni.

Insomma è necessario, e ci batteremo per farlo, superare la situazione attuale per eliminare l’evidente sottorappresentanza delle donne nel mondo della politica, degli affari e più in generale del lavoro.

Dovranno essere adottati provvedimenti di defiscalizzazione del lavoro femminile, e altri tesi a rendere più agevole per le donne il doppio ruolo di madre-lavoratrice ma devono essere tenute presenti anche le quote rosa, decrescenti negli anni , sia in politica che nel mondo della dirigenza.

In particolare si dovrà tendere a creare i cosiddetti “role model” che, come modelli da imitare, ispirino le altre donne a crescere, creando quindi quel milieu culturale che possa incoraggiarle a correre i rischi che inevitabilmente sono collegati con i percorsi di realizzazione personale e professionale.

POLITICHE SOCIALI

IL WELFARE, LA FORMAZIONE PROFESSIONALE E LA SANITA’

Un welfare system basato sulla persona, e non su se stesso, è un traguardo da raggiungere nei tempi più brevi possibili se si vuole davvero offrire a chi ne ha bisogno un supporto a carattere mutualistico .

Bisogna tornare al significato originale del welfare system, cioè quello di una collettività che rende disponibile una parte della sua ricchezza allo scopo di assistere i suoi componenti che si dovessero trovare in difficoltà e non più come un sistema mascherato di ridistribuzione generalizzata della ricchezza..

E quindi deve essere un sistema basato sull’individuo e sui suoi bisogni nelle diverse fasi della vita, deve essere moderno nel senso di uscire dagli stereotipi assistenzialistici del passato, deve evolversi se vuole tenere il passo con i tempi e soprattutto con la necessità di finanziare spese crescenti a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Si tratta, com’è noto, di un settore che dipende prevalentemente dalle misure decise a livello nazionale e risente solo in maniera ausiliaria delle decisioni regionali e, anche da questo punto di vista l’Agenda Monti è sicuramente condivisibile in toto.

Quello che può essere fatto a livello regionale è rappresentato sostanzialmente da misure di accompagnamento che sia pure rilevanti, anche per le risorse impegnate, non hanno carattere di indirizzo e programmazione.

Tuttavia ci sono spazi per razionalizzare le spese spostandole dalle voci dove stanno quasi per abitudine a capitoli che meglio si adattano alle mutazioni sociali e lavorative intervenute nella nostra società negli ultimi trent’anni.

La popolazione continua – per certi versi , fortunatamente – ad invecchiare e le esigenze cambiano, basti pensare alla necessità di strutture di accoglienza per gli anziani il cui costo principale non è tanto la costruzione ( ammortizzabile in tempi lunghi ) quanto il costo di mantenimento , costante e ripetuto negli anni.

E inoltre indispensabile una mutazioni profonde delle politiche sul lavoro, spostandone il focus decisionale dalle burocrazie regionali al mercato : è quest’ultimo che ci deve dire cosa gli serve in termini di formazione, non possiamo più continuare a produrre specialisti ( a volte persino scadenti ) che poi non trovano lavoro per assenza di domanda.

Così come è assolutamente condivisibile l’obbiettivo di una formazione permanente che sia in grado di “riciclare” i lavoratori che hanno perduto il posto, il massimo di un anno tra un lavoro e un altro deve diventare un mantra per questo tipo di misure .

Tutte queste politiche devono inoltre essere oggetto di un attento monitoraggio sistematico, con dati precisi ed oggettivi, in modo che si sappia nel tempo più breve possibile se quello su cui stiamo investendo energie e risorse economiche della collettività serve davvero o se stiamo solo perdendo tempo.

L’altro grande capitolo del welfare, sul qual e peraltro la Regione può realmente incidere, è quello della sanità che assorbe ormai circa il 50 % del bilancio annuale.

Bisogna nominare manager competenti e non gente raccolta per le strade, bisogna spingere sulla riduzione delle spese inutili, bisogna razionalizzare il sistema di acquisizione dei beni e dei servizi, unificare il centro di gestione del personale e, finalmente, fare la riforma organizzativa del servizio.

Una sola agenzia per gestire tutte le funzioni amministrative deve essere l’obbiettivo finale, con un intermedio di due , una per il nord e una per il sud, quattro o cinque aziende ospedaliere e altrettante ASL ma tutte dotate di compiti esclusivamente sanitari.

Chiarire bene il ruolo e i compiti delle Facoltà di Medicina , eventualmente anche con il superamento delle aziende miste ospedale-università, deve essere un altro obbiettivo perché non si possono continuare a spendere le risorse destinate alla sanità in funzioni di ricerca e di didattica.

Non perché queste siano inutili, è di tutta evidenza che sono indispensabili alla crescita culturale della nostra sanità, ma deve essere chiaro chi finanzia cosa, come e perché.

Aggiornare gli obbiettivi di salute sarà la grande sfida dei prossimi anni, e quindi passare da una medicina per acuti ad una medicina sempre più rivolta ai cronici, spostare risorse verso le attività domiciliari, supportare anche finanziariamente il sistema informale di welfare rappresentato dalle famiglie e riorganizzare il sistema attuale di distribuzione dei farmaci in maniera più moderna per vincere la sfida di una spesa rovinosamente crescente e destinata ad ampliarsi sempre più e che rischia di distruggere le basi economiche della nostra società.

Queste sono le sfide che abbiamo davanti, come Italia e come Sardegna, e ci sembra che l’Agenda Monti contenga in nuce i principi basilari per superarle con successo.

LE POLITICHE PER LA FAMIGLIA

Noi riteniamo che una politica organica e innovativa sulla famiglia sia uno degli architravi di una società organizzata e coesa e una parte fondamentale di quel sistema di welfare cui abbiamo accennato nel paragrafo precedente, una politica che riaffermi il ruolo centrale della famiglia nella società sarda.

La famiglia deve però essere in un’ottica innovativa rispetto alla tradizionale visione assistenzialistica in favore della centralità dell’istituzione, cioè quella di un soggetto che assume un ruolo attivo rispetto a quello di semplice percettore di aiuti.

La visione delle nostre società, anche nella nostra isola, sta progressivamente , anche se lentamente, mutando nel senso di una crescente affermazione del principio di sussidiarietà.

Si va verso un ripensamento del ruolo e dell’intervento delle pubbliche amministrazioni nel settore dell’assistenza sociale e sociosanitaria agli strati più deboli, o comunque bisognosi, della popolazione.

La tendenza è quella di riscoprire e rivalutare adeguatamente tutta quella rete assistenziale che è tradizione del nostro paese, rete che composta da molteplici istituzioni (parrocchie, associazioni sportive, associazioni di volontariato, etc.) al cui centro resta la famiglia che, col suo ruolo di promozione di un sistema di welfare informale, ha consentito con forme spontanee di mutuo soccorso di superare momenti di difficoltà familiare e sociale.

Nella nostra visione la famiglia deve inoltre continuare ad essere presupposto indispensabile della partecipazione civica, dell’impegno sociale, in definitiva della felicità delle persone che trovano nei loro affetti familiari l’indispensabile conforto per affrontare e superare anche i momenti difficili che la vita purtroppo propone.

Nell’apposito paragrafo dedicato al tema della questione femminile abbiamo già chiarito che intendiamo promuovere misure per recuperare e favorire il ruolo della donna nel mondo del lavoro, considerando come tale anche più opportuna rivalutazione del lavoro domestico.

Vogliamo varare misure incisive per migliorare la qualità della vita familiare, per diminuire la dispersione scolastica dei giovanissimi, per mettere a sistema tutte le diverse energie che oggi , da settori e sistemi diversi, vengono impiegate nel campo della protezione sociale.

Bisogna riconoscere, proteggere e rivalutare con idonee misure il lavoro casalingo, lavorare per una sessualità e una procreazione sempre più mature e responsabili, e promuovere azioni per favorire la crescita di piccole imprese che operino nel campo dell’assistenza psico-sociale alle famiglie in condizioni di difficoltà.

Ma ci proponiamo anche di ribadire la necessità di uno sforzo anche sotto il profilo economico sia per affrontare la crisi in atto sia per dare un forte impulso ai consumi che è anch’esso un modo differente di aiutare le famiglie.

Pensiamo quindi alla concessione di una “social card”, aggiuntiva rispetto a quella nazionale (prevista anche nell’Agenda Monti ) di importo variabile a seconda dei redditi ed agevolazioni sui prestiti sia per migliorare la qualità della vita delle famiglio di reddito medio- basso sia per dare, al contempo un forte impulso ai consumi.

La spesa sarà importante ma darà un forte impulso ai consumi che a sua volta si ripercuoterà positivamente sul PIL annuale, facendo quindi crescere le nostre entrate fiscali.

Bisogna comunque intervenire perché sull’altro piatto della bilancia vi sono i costi che la disuguaglianza sociale e l’indigenza non corrette tempestivamente producono nel tessuto sociale in termini di crescita economico-sociale mancata o comunque ritardata.

Insomma ci sono pochi dubbi sul fatto che dobbiamo iniziare a contrastare le povertà familiari, soprattutto nei momenti di crisi , in maniera moderna e coraggiosa , con interventi di durata limitata che non dissuadano dal cercare di nuovo un lavoro ma che consentano allo stesso tempo una dignitosa sopravvivenza ai componenti del nucleo familiare.

LE ISTITUZIONI

LA COSTITUENTE

L’Assemblea Costituente è un cavallo di battaglia storico del nostro movimento che, a nostro parere, trova piena collocazione nel quadro dell’Agenda Monti per la Sardegna perché ne coglie e sintetizza la forte carica di novità anche nel campo della riforma delle istituzioni.

Lo Statuto sardo è vecchio di oltre cinquant’anni e, come del resto la stessa Costituzione della Repubblica, risente della sua età ed ha necessità di una profonda revisione.

Noi abbiamo sempre ritenuto che questo compito sia di contenuto politico ed ideale talmente elevato che deve essere affidato ad una speciale assemblea, appositamente eletta deal popolo sardo , e non dal Consiglio Regionale che ha evidentemente altri compiti.

Con alterne fortune abbiamo portato avanti la nostra battaglia per quasi un ventennio , con grandi difficoltà e con sabotaggi più o meno palesi , ma adesso abbiamo ottenuto con i referendum di maggio un chiaro pronunciamento favorevole da parte del popolo sardo e certamente questo ha prodotto un ripensamento in molti che prima erano contrari e una buona accelerazione nei lavori in corso nella prima commissione del Consiglio.

Comunque vada a finire in questa legislatura, noi riteniamo indispensabile riscrivere le regole in modo da adeguare ai tempi di oggi e soprattutto alle difficili sfide che ci attendono in futuro il quadro normativo generale della convivenza della nostra collettività, riteniamo indispensabile farlo presto e bene e riteniamo indispensabile farlo tramite l’Assemblea Costituente del Popolo sardo.

Continueremo a impegnarci per raggiungere il nostro obbiettivo, una Costituente che riscriva lo Statuto, lo adegui alle necessità di oggi e di domani e poi lo mandi a Roma affinché le Camere lo approvino o lo respingano in toto, senza correzioni o modifiche.

LE RIFORME DELLE ISTITUZIONI

Le riforme delle istituzioni sarde vanno portate avanti in parte tramite l’assemblea costituente e in parte , per le modifiche che non hanno carattere costituzionale, con leggi ordinarie.

Così come l’Agenda Monti prevede la necessità di una riscrittura importante delle regole epr il paese, la stessa cosa secondo la nostra opinione deve essere fatta in Sardegna.

Noi abbiamo già ottenuto significativi risultati in questo campo grazie alla straordinaria vittoria dei referendum di maggio 2012, che, insieme ad altri soggetti, il nostro movimento – unico partito politico ad impegnarsi – ha proposto , sostenuto e infine vinto.

Il Consiglio regionale ha già approvato una significativa riduzione dei consiglieri regionali che passeranno ( se ci sarà il definitivo via libera delle Camere) da ottanta a sessanta ma noi sosteniamo che il numero più adeguato sia cinquanta e su questo insisteremo.

Riteniamo indispensabile una modifica della legge elettorale del Consiglio, che elimini le preferenze , sistema fonte di corruzione come le cronache anche recenti hanno ripetutamente dimostrato, a favore di un sistema uninominale con collegi di circa 30.000 abitanti l’uno e con la scelta dei candidati da farsi tramite le primarie.

A questo proposito vogliamo introdurre l’obbligo delle primarie per la scelta dei candidati a Presidente della Regione in modo che siano gli elettori che si riconoscono in una coalizione a scegliere il loro candidato prima che gli elettori nel loro complesso eleggano il Presidente.

Vogliamo ridisegnare l’organizzazione del governo della regione ed in particolare il numero e le competenze degli assessorati e ciò al fine di rendere più agile e adeguato alle necessità attuali il processo di governo esecutivo.

La riduzione del numero degli assessori è resa indispensabile dall’esigenza del maggior accorpamento possibile delle funzioni di governo e di conseguenza di una maggiore facilità gestionale , tesa a superare le attuali incongruenze dell’organizzazione cui sono spesso legati i ben noti problemi burocratici e di incapacità di spendita tempestiva delle risorse.

Le competenze di alcuni assessorati, come la sanità ,il bilancio e il lavoro sono difficilmente mutabili mentre per gli altri è possibile pensare ad una profonda modifica dell’attuale normativa, fino a d arrivare in qualche caso all’abolizione dell’assessorato e all’accorpamento delle funzioni in maniera più omogenea.

Lo scopo è quello di giungere ad una maggiore coerenza complessiva di disegno del sistema che darà sicuramente migliori risultati in termini di agilità gestionale e di risposta alle esigenze delle imprese e dei cittadini.

Un altro punto che vogliamo ribadire era già presente nella Legge Statutaria varata nelle precedente legislatura e poi abrogata dalla Corte Costituzionale, cioè quello che riguarda l’incompatibilità tra gli uffici di Assessore Regionale e di Consigliere Regionale che noi riteniamo indispensabile reintrodurre.

I principi dei moderni Stati costituzionali prevedono come base della loro organizzazione funzionale la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base della distinzione che deve esserci tra chi amministra e chi è chiamato a controllare l'operato dell'amministratore.

Ed è abbastanza evidente che la commistione dei ruoli ed in particolare il cumulo delle funzioni di consigliere ed assessore comporta un palese conflitto di interessi senza trascurare l’instabilità delle giunte dovuta alle aspirazioni dei consiglieri che, a turno, possono aspirare a diventare assessori, generando quindi continue difficoltà,quando non crisi politiche vere e proprie , alle giunte in carica.

Vi è infine il problema della forma di governo della Regione da determinarsi con legge approvata con “procedura rafforzata” , la cosiddetta “statutaria”, e noi ci proponiamo quindi di dare il via all’approvazione di una nuova statutaria che disciplini la forma di governo con gli altri aspetti essenziali correlati al corretto funzionamento degli organi democratici della Regione.

In questa ottica intendiamo mantenere in vigore tutto ciò che era ed è valido della precedente legge 1/2006 in quanto, per esempio, noi Riformatori ne condividiamo l’impianto generale e soprattutto l’impronta presidenzialista, ma vogliamo introdurre modifiche che rendono la Regione più moderna ed efficace.

D’altra parte non è certo possibile ignorare come l'esperienza storica dell'autonomismo sardo sviluppatosi in regime di Regione Autonoma nel secondo dopoguerra, sia pure non senza valide motivazioni,il dominus della situazione sia stato il Consiglio con il suo potere pressoché assoluto di fare e disfare le Giunte.

Il tutto senza che il popolo sovrano ne avesse parte in causa, restando anzi spettatore più o meno interessato dei cosiddetti “giochi di palazzo”.

Si vuol dire che l'equilibrio tra i due poteri è stato talmente sbilanciato a favore del consiglio da determinare acclarate e indiscutibili conseguenze negative in termini di bassa produttività legislativa, di efficienza complessiva del sistema che ha costantemente privilegiato esecutivi deboli ed esposti continuamente ai venti delle crisi.

Il tutto in un clima costante di confusione nel quale è stato impossibile per chiunque , e quindi neppure per i cittadini elettori, comprendere dove stavano le responsabilità delle scelte, giuste o sbagliate che fossero.

La necessità di fare chiarezza sotto questo profilo, cioè di stabilire con assoluta certezza chi fa cosa, unita alla diffusamente avvertita esigenza di accrescere le responsabilità democratiche di scelta da parte degli elettori ci spinge a stare ancora dalla parte del presidenzialismo più netto.

Noi ci impegneremo per creare un sistema in cui il cittadino sia l’arbitro del suo destino politico e sociale, a seguito delle sue scelte dirette e senza intermediazione dei partiti e neppure del Consiglio e soprattutto che gli elettori sappiano a chi stanno affidando la loro rappresentanza e chi rappresenta l’esecutivo e chi rappresenta il potere legislativo e di controllo.

D’altro lato riteniamo indispensabile che in un sistema istituzionale con un buon equilibrio tra i diversi poteri il Consiglio abbandoni del tutto le funzioni esecutive di cui si è spesso in appropriatamente impossessato a scapito dell’esecutivo per svolgere meglio e più incisivamente le sue funzioni di legislatore e di controllo.

Vogliamo rafforzare la figura del Presidente affiancandogli un Vice presidente che lo possa sia aiutare nello svolgimento dei suoi gravosi compiti sia sostituire in caso di assenza e o impedimento di qualunque natura ma deve essere chiaro che in caso di sfiducia da parte del Consiglio il Vice presidente deve decadere automaticamente dalla carica.

Riteniamo che con queste misure sia possibile migliorare la costruzione precedente e restiamo convinti che l'elezione diretta del Presidente implichi già di per se un assetto più nettamente distinto dei poteri, con l'attribuzione rispettivamente al Presidente e al Consiglio regionale dei poteri esecutivi e di quelli legislativi e quindi di funzioni chiaramente e strutturalmente diverse.

Infine vogliamo modificare la disciplina dei referendum ampliandone la portata e , sia pure con limitazioni su determinati atti , rendendoli più facili, nonché introdurre il cosiddetto “election day, un giorno fisso nel quale ogni anno dovranno essere concentrate tutte le consultazioni elettorali e referendarie, per ragioni di chiarezza politica, di risparmio di spese e per incidere il meno possibile nel regolare andamento delle attività scolastiche.

Un ultimo punto che riteniamo di grande rilevanza sarà l’introduzione di alcune misure che permettano il controllo della spesa , dall’inserimento nello Statuto dell’obbligo del pareggio di bilancio alla possibilità per la Giunta di porre la fiducia sulla legge finanziaria annuale, fino all’istituzione di un apposito ufficio consiliare sul bilancio, indipendente dal potere politico del momento, che dovrà avere in forme da definire la possibilità di valutare l’impatto economico delle leggi e di porre, in casi di particolare gravità, il veto alla promulgazione.

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