Indipendenza e i conti che non tornano

di Franco Meloni

QUESTO E’ L’INTERVENTO CHE AVREI VOLUTO FARE IN AULA DURANTE LA DISCUSSIONE SULLA MOZIONE DEL PSD’AZ SULL’INDIPENDENZA DELLA SARDEGNA.

franco meloniPOI LA NOSTRA, CONDIVISA, DECISIONE DI NON PARTECIPARE AI LAVORI PER PROTESTARE CONTRO L’INAMMISSIBILE INSABBIAMENTO DELLA LEGGE CHE ABOLISCE LE PROVINCE, MI HA IMPEDITO DI FARE L’INTERVENTO.

TUTTAVIA MI SEMBRA UTILE CHE I NOSTRI AMICI LO CONOSCANO E PERTANTO HO CHIESTO CHE VENISSE PUBBLICATO SU QUESTA NEWSLETTER.

BUONA LETTURA EBUONE FESTE A TUTTI.

 

Cercherò di essere il più breve possibile, considerato anche che a parlare su questo tema saremo tantissimi e quindi il rischio di ripetere le stesse cose e di annoiarci tutti quanti è molto elevato.

Proprio per essere breve eviterò di intrattenervi sui motivi più propriamente politici che mi porteranno a votare contro la mozione presentata dal PSd’Az, e non perché non siano importanti, tutt’altro.

Ma sono certo che di questi aspetti tratteranno a fondo molti di coloro che interverranno e soprattutto i miei colleghi di gruppo.

Quindi pur non sottovalutandone la rilevanza lascerò da parte gli aspetti politici per concentrarmi su quelli economici, ma non solo.

Io, sarà a causa della mie età, o forse del mio inguaribile romanticismo, o sarà per quello che volete voi, insomma, io sono stato educato e formato nel culto dello Stato e in particolare di quello italiano.

Quando io ho frequentato le scuole medie si parlava ancora di patria, il risorgimento era un fatto positivo e Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele secondo erano unanimemente ritenuti i padri della patria.

Sono un amante della storia, ho studiato con passione le guerre d’indipendenza e confesso che, ancora adesso, quando sento le parole Solferino e San Martino mi emoziono un poco.

Ma, ripeto, voglio lasciar perdere tutto questo, incluse le decine di migliaia di sardi che per difendere un ideale di Patria hanno dato la vita, mettiamoli pure da parte per il momento e facciamo invece un discorso pratico, un po’ meschino- se volete- ma le persone responsabili, soprattutto quelle che hanno chiesto – e ottenuto- ai loro concittadini di rappresentarli qui dentro devono fare.

Vorrei parlarvi di soldi, un argomento forse volgare ma che mi pare che qui, e purtroppo non solo in questa occasione , si sta trascurando e naturalmente, siccome ho stima della vostra intelligenza ed in particolare di quella del collega Maninchedda, sono convinto che si sta trascurando il tema volutamente, non certo per dimenticanza o per ignoranza.

Bene colleghi, sul sito del MEF è possibile trovare una curiosa rubrica contrassegnata

da una sigla un poco misteriosa, CPT, che sta per conti pubblici territoriali.

Cosa sono questi misteriosi CPT ?

Sono esattamente le situazioni della raccolta fiscale e previdenziale e della spesa della pubblica amministrazione, distinti regione per regione.

Cioè c’è scritto in maniera molto chiara quanti soldi si raccolgono in Sardegna ogni anno, tramite tasse, imposte , accise e

contributi, e quanti se ne spendono e come si spendono, devo dire anche con un buon grado di dettaglio.

Ad esempio , la tabella delle spese ci dice che la spesa totale della PA in Sardegna è pari , nel 2010, a 20,8 miliardi di euro mentre quella delle entrate ci dice che gli incassi “sardi”, cioè quelli effettivamente prodotti ( e non solo quelli riscossi ) in Sardegna, sono pari a 16,1 miliardi, con uno sbilancio quindi di 4,7 miliardi.

Per essere chiari, questo significa che ogni anno 4,7 miliardi di tasse e contributi pagati dai lombardi , dagli emiliani , dai veneti e dai piemontesi viene cortesemente girato dallo Stato alla nostra regione.

Un analisi molto accurata di questo fenomeno l’ha fatta l’anno scorso Luca Ricolfi nel suo libro “Il sacco del Nord” che vi consiglio di leggere con attenzione, ma siccome Ricolfi è piemontese (anche se è del PD) mettiamo da parte pure lui e concentriamoci sui conti.

La sostanza innegabile è che il trasferimento di risorse da alcune (poche) regioni alle altre c’è ed è difficilmente confutabile.

Poiché non possiamo incidere sulle entrate, né potremmo anche se fossimo da soli a decidere del nostro regime fiscale, al limite si potrebbe ragionare su una quota di accise che la Saras paga oggi nelle regioni dove ha i depositi fiscali ( cifra non indifferente ma non superiore a 700 milioni annui), se davvero vogliamo ragionare in termini di indipendenza non possiamo che concentraci sulle uscite.

Sempre che non si ritenga che l’odierno livello di imposizione fiscale ( credo intorno al 54 % ) sia basso e che si possano ancora aumentare le tasse, magari con una bella patrimoniale visto che ad alcuni l’IMU ancora non basta.

Per carità di patria tiremm innanz , come diceva Amatore Scesa, e dedichiamoci alle spese, cioè a valutare la composizione della spesa per vedere se una Sardegna indipendente avrebbe la possibilità di ridurle per giungere ad una situazione di equilibrio dei conti che consentisse la sopravvivenza di uno stato autonomo si, ma anche in grado di pagare stipendi e pensioni ai suoi cittadini.

Mi limito ai capitoli principali per non farla troppo lunga, 2410 milioni per amministrazione generale,462 per la difesa, 527 per la sicurezza, 1640 per l’istruzione, 348 per la cultura, 3003 per la sanità, 1527 per interventi in campo sociale,376 per la protezione dell’ambiente, 7500 milioni circa per la previdenza, 396 per trasporti a 486 per la viabilità: poi ci sono altre voci con importi che seppur rilevanti sono decisamente inferiori.

Le voci che ho citato corrispondono a circa il 90 % della spesa totale e quindi è su queste che dobbiamo lavorare se vogliamo avere una sia pur pallida speranza di avvistare anche da lontano l’equilibrio dei conti cui pure l’Europa ci vincolerebbe in forme abbastanza tassative, temo.

A meno che non vogliamo uscire anche dall’Europa !

Ho già visto, ne ho anche estesamente parlato con lui, che il collega Maninchedda ha predisposto degli elaborati in cui si arriverebbe facilmente alla pari, eliminando le spese per l’amministrazione generale, la difesa e quelle previdenziali: e se questo fosse possibile anche io voterei – sotto un profilo puramente economico e fatte salve le irrinunciabili riserve di cui alle premesse di questo intervento- per l’indipendenza.

E certo, 16 miliardi di incassi e 11 di spese ci lascerebbero un enorme margine, un vero e proprio polmone finanziario, per cambiare in pochi anni il volto della Sardegna, sempre che ne fossimo capaci, ma questo è un altro discorso.

Ma andiamo a vedere un poco più nel dettaglio cosa sono le spese per l’amministrazione generale e qui ci soccorre la guida ai CPT pubblicata dal MEF: si tratta, per dirla in poche parole, della quota spettante alla Sardegna delle spese generali per il funzionamento dello Stato,( compresa la Regione e il Consiglio regionale), per le elezioni, per la tesoreria, per raccogliere le tasse, per l’anagrafe, per le dogane, per i servizi di statistica etc etc : vi sembra che uno stato indipendente potrebbe rinunciarvi ?

In questa voce ci sono anche le spese, sempre in quota, per il servizio diplomatico, cosa che potremmo forse ridurre un pochino ma certo non potremmo lasciare i nostri concittadini in giro per il mondo senza un minimo di servizi, anche qui non mi pare che ci sia molta trippa per i gatti.

Insomma non vedo molte possibilità di rinunciare a questo tipo di spese e non so per quale arcano motivo qualcuno può essere indotto a credere che la Sardegna indipendente sarebbe molto più efficiente ed efficace della Repubblica italiana nello spendere il denaro pubblico.

Non voglio dire che sarebbe peggio ma non ho neppure la più pallida delle ragioni per pensare che sarebbe meglio.

La difesa prevede nei CPT spese per circa 462 milioni, si tratta di una voce abbastanza intuitiva, armamenti, equipaggiamenti vari, stipendi per il personale, spese per le basi etc : potrebbe uno stato autonomo essere totalmente privo di un apparato militare che consenta un minimo di protezione ai propri cittadini ?

Certo nessuno si sogna di vedere impegnata la futura, ipotetica ed improbabile, Repubblica di Sardegna in imprese belliche, che so un’invasione della Corsica o della Tunisia in una botta di imperialismo mediterraneo , ma credo che uno stato responsabile un minimo di difesa debba pur averla.

E allora, considerato che nei 462 milioni sono comprese anche le spese per l’Arma dei Carabinieri, quanto potremmo risparmiare a questa voce? Pochino , mi pare.

E veniamo al discorso forse più interessante, quello della previdenza che costa la bellezza di quasi 7,5 miliardi di euro l’anno alle casse dello Stato.

Qui ci sono alcuni che dicono, la previdenza è il frutto delle leggi che vigevano fino a pochi anni fa e c‘è , c’era un patto che lo Stato deve rispettare, quindi, anche in caso di indipendenza della Sardegna, la Repubblica Italiana deve continuare a pagare le pensioni ai sardi.

Ora è sicuramente vero che lo Stato ha incassato da sempre i contributi pagati dai lavoratori sardi ma è anche vero che tutti sappiamo, e l’abbiamo sempre saputo, che con il sistema retributivo – in vigore fino a pochi anni fa e con il quale tutt’ora buona parte dei lavoratori va in pensione- i contributi attuali servono a pagare solo una parte delle pensioni attuali.

In poche parole, il criterio secondo il quale ogni lavoratore versa i contributi che lo stato amministra per poi restituirglieli con le rate della pensione è un criterio puramente astratto, con il sistema retributivo ci siamo mangiati – tutti quanti, sardi compresi – i contributi versati nel passato e le pensioni di oggi vengono pagate parte con i contributi di oggi e parte con la fiscalità generale.

I contributi che vengono riscossi in Sardegna ammontano a poco più di 4 miliardi e a me pare davvero improbabile che, nel caso i sardi volessero davvero rendersi indipendenti, lo Stato Italiano accetterebbe di pagare la differenza, cioè 3,5 miliardi, con le tasse dei lombardi o dei Veneti o di chi preferite voi !

Per chiudere, un piccolo particolare: se davvero chiedessimo e ottenessimo l’indipendenza è sicuro che lo Stato ci direbbe che una quota tra il 2 e il 3 % del debito pubblico della Repubblica sarebbe a nostro carico , vale a dire una cinquantina di miliardi che il neonato stato sardo dovrebbe accollarsi, garantendone al contempo il puntuale rimborso alla scadenza.

Insomma, anche qui per farla breve, ogni mese la Repubblica Sarda dovrebbe emettere poco meno di 1,5 miliardi di BOT, CCT e compagnia bella per rimborsare i creditori e per il servizio del debito: un’economia da 32 miliardi di PIL, (75 % di spesa pubblica) dovrebbe emettere tutti i mesi 1,5 miliardi di titoli di Stato, vi lascio immaginare il costo.

Va bene che Berlusconi dice che dello spread ce ne dobbiamo fregare me insomma c’è un limite a tutto, direi.

Per concludere a me pare che il solo parlare di indipendenza della Sardegna richieda una certa dose di spensieratezza, diciamo così, e credo di aver dimostrato che sotto il profilo pratico, voglio dire della vita di tutti i giorni dei nostri concittadini, è assolutamente impossibile.

Anzi suggerirei ai promotori della mozione di essere prudenti, visto l’inquilino attuale di Palazzo Chigi non mi stupirei se ci mandasse un telegramma accettando senz’altro la nostra indipendenza, con allegata la nota spese e i conti !

Ribadendo che la mia contrarietà nasce da ragioni politiche e sentimentali sulle quali ho preferito sorvolare per dedicarmi ad altri aspetti, ricordando le enormi difficoltà che avremmo a farci accettare dall’Europa come Stato indipendente( ho letto sui giornali che ne ha persino la Catalogna), a me spiace dire che quest’idea degli amici sardisti è sbagliata e impraticabile.

Ho un enorme stima personale e politica del collega Maninchedda, lo ritengo una delle intelligenze più lucide che la politica sarda ha oggi a sua disposizione, ma gli devo dire, e lo faccio con affetto, che questa mozione deve essere bocciata perché contiene idee sbagliate e impraticabili che farebbero il male dei sardi.

Che, poveretti, di male ne hanno già abbastanza.

7 commenti su “Indipendenza e i conti che non tornano”

  1. Alessandro Olivo

    Bravo Franco. Bellissimo intervento. Peccato che non l’hai potuto esporre in Consiglio. Chissà se qualcuno dei cosiddetti indipendentisti si degnerà di risponderti. Con cognizione di causa, però.

  2. Tomaso Ruzittu

    Ho apprezzato il tuo intervento “economico” ma aspettavo un accenno sulla posizione del Presidente PSd’Az per la mancanza d’introiti fiscali sulla regolarizzazione del passaggio della Costa Smeralda in mano al Katar…..

  3. pierpaolo

    sono d’accordo, ma se importiamo il modelo svizzero tutto e possibile. Zona franca- cessione di terreni per industria, tassare il gas che passa verso l’europa.
    intensificazione allevamento bovino, ampliamento dighe……indusrtia farmaceutiva, eccc. aumentare produttivita’..pil.; Siamo una potenza economica, e non ne siamo consapevoli..Il fatto che i sardi non hanno fiducia in se stessi. Questo e il vero problema alla base. per discutere di indipendenza ci vuole un piano strategico di economia di mercato e partnership. a cominciare di fare una banca sarda che gestisce capitali da tutto il mondo come la svizzera e con la possibilita’ di stampare moneta..

  4. Bruno

    E’ ora che coloro che presumono di risolvere tutti i problemi della Sardegna con la parola magica dell’indipendentismo comìncino a leggere i numeri. E direi che bisogna iniziare a non avere paura di dire la verità sulle favole sulla “lingua” sarda, che sta sottraendo centinaia di migliaia di euro ad usi senza dubbio più produttivi. Ai sardi non può fregare di meno vedersi imporre una lingua “unificata” che nessuno parla e che a nessuno serve. Studiamo la storia, la cultura, le tradizioni isolane, ma lasciamo perdere improbabili prospettive di autonomia lingiustica. La lingua italiana è così bella; la storia è andata così e non possiamo più cambiarla.

  5. Adriano Bomboi

    Caro Bruno, con rispetto, ma sembra uscito dal pensiero della Grande Guerra, quando ancora non esistevano organismi sovranazionali come l’ONU, né il concetto di discriminazione a carico delle minoranze (inclusa quella linguistica). La informo che il Sudtirolo, proprio in ragione della difesa della sua alterità linguistica, subisce un trattamento costituzionale di favore che ha riflessi anche in campo fiscale. La storia la fanno gli uomini, non i sussidiari con le favolette da terza media che tanto piacciono purtroppo anche a Franco Meloni. Studiamo la storia, ma rispettiamo anche i sardofoni della nostra isola affinché abbiano i diritti che meritano. Poi che Cavour sia il padre della patria, anche quando fu in procinto di cedere la Sardegna alla Francia, lasciamolo alla retorica italica. La nostra economia si potenzierà esclusivamente dalla valorizzazione del nostro patrimonio e non certamente sventolando bandiere i cui interessi spesso sono contrapposti a quelli del territorio (perché in caso di ipotetica separazione dalla Repubblica Italiana, sarebbe quest’ultima a dover compensare i danni e le sperequazioni causate all’isola e non viceversa).

  6. alessandro

    Bellissima e lucida lettura ed illustrazione della realtà. Complimenti.
    Ciao.
    Alessandro

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