Noi e la crisi: una riflessione confidenziale

di Franco Meloni

Mi capita spesso, come consigliere regionale, di partecipare a manifestazioni organizzate dagli organismi periferici del partito e dal gruppo consiliare un poco in tutto il territorio regionale.

Qualunque sia l’argomento della riunione alla fine salta sempre fuori qualcuno che, in maniera spesso un poco sopra le righe, alza i toni, vira verso le sue vicende e difficoltà personali e infine chiede a noi “politici” perché non abbiamo risolto i suoi guai o quelli dei suoi figli.

Sono proprio questi ultimi in particolare a destare, com’è comprensibile, le preoccupazioni maggiori sia in coloro che si lamentano sia in noi che ascoltiamo le lamentele perché è ovvio che il destino dei nostri ragazzi rappresenta un cruccio certamente personale ma anche collettivo perché coinvolge il futuro della nostra vita comune.

Tutti sappiamo che il domani del paese sarà un giorno nelle loro mani e tutti vorremmo che avessero un futuro garantito, anche se questo non equivale certamente a dire “posto fisso”: futuro garantito, in un paese civile, vuole semplicemente dire avere la possibilità di lavorare e vivere dignitosamente in rapporto alle proprie capacità, di creare  mantenere una famiglia, di assaporare quella dose di felicità che la Costituzione degli Stata Uniti mette addirittura tra i diritti dei cittadini ma che noi ci limitiamo ad auguraci di ricevere dal destino in dosi più o meno ragionevolmente oculate.

Io devo confessare che sentire padri o madri che in maniera angosciata e angosciosa si rivolgono al consigliere regionale Meloni mi crea ansia perché mi porta a chiedermi se davvero in questi tre anni ho fatto tutto quello che dovevo e potevo per migliorare la mia terra e la vita di chi ci abita.

Intendiamoci , mi assumo la responsabilità per la parte che mi compete, perché fino a tre anni fa ero anche io tra quelli che pensava che le colpe erano tutte della politica e solo ora che l’ho vissuta da dentro mi rendo conto che non era tutto così semplice come mi sembrava.

Ma aldilà delle ansie personali, le situazioni che vengono denunciate mi portano a chiedermi cosa abbiamo fatto, come generazione e non come singoli individui, nel corso di una vita e non di un triennio, per lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo migliore.

Questo significa anche coinvolgere quei padri e quelle madri che così appassionatamente denunciano le difficoltà dei loro giovani: davvero hanno fatto tutto quello che potevano ? Davvero credono che debba essere la politica, anche quella più nobile come la intendiamo noi Riformatori, a risolvere i loro problemi ?

Forse dovremmo, tutti quanti e loro compresi, fare un onesto atto di autocritica.

Siamo il paese dell’occidente con il più basso numero di laureati e in generale di personale qualificato, il che vuole dire che abbiamo fallito come genitori, prima ancora che come politici o come soggetti che influenzano e modificano le regole della vita sociale.

Se abbiamo un numero così alto di giovani senza particolari qualifiche scolastiche non può essere solo colpa dei politici cattivi e insensibili, ci deve essere anche la responsabilità dei familiari che hanno sottovalutato l’importanza dell’istruzione e poi a posteriori si stupiscono se le banche negano prestiti, magari milionari, ai loro rampolli che vorrebbero iniziare un’attività senza poter offrire garanzie né di tipo patrimoniale né di tipo culturale o professionale.

La Repubblica Italiana offre a tutti scuole gratuite o quasi e quindi la spesa scolastica non può certo  essere addotta come scusante e allora l’unica spiegazione è la scarsa voglia di sacrificarsi dei giovani e le ridotte capacità educative dei genitori che o non capiscono l’assoluta necessità di far studiare i loro ragazzi oppure non hanno la voglia di fare il lavoro che serve per convincerli o, se del caso, costringerli a s

tudiare.

E quando dico studiare non intendo riferirmi alla pur importante conquista del pezzo di carta , voglio proprio parlare del fatto di costruirsi una cultura, di formarsi una capacità scientifica o professionale, insomma di qualificarsi per la vita e per il lavoro nel significato più pregnante della parola “qualificarsi”.

Lasciamo da parte per un attimo le colpe della politica e delle istituzioni , che certo ci sono e sono anche rilevanti, ma per non prenderci in giro cominciamo anche con il dire la verità: moltissimi dei giovani italiani – e sardi in particolare, per quello che ci riguarda – non vanno a scuola se non per gli anni strettamente obbligati, non hanno capito che la scuola è il loro futuro, che studiare e formarsi una preparazione culturale e/o professionale non rappresenta tanto un dovere quanto un vantaggio che viene loro offerto dalla collettività.

Molti di loro vanno a scuola per far contenti i genitori, altri ci vengono mandati solo perché la legge lo impone, sono pochi quelli che coscientemente si rendono conto che stanno lavorando prevalentemente per se stessi.

Gli stessi professori che , pur con lodevoli ma non numerosissime eccezioni, hanno ormai trasformata quella che dovrebbe essere una sacra missione in una burocratica incombenza, con una sindacalizzazione indegna di un lavoro che è soprattutto culturale ed educativo, non sembrano in grado di spiegare e far capire ai loro allievi che è in ballo il loro futuro, che il problema non è prendere un sei piuttosto che un cinque, non è “sfangare” la promozione all’anno successivo, ma è invece lo sviluppo della loro mente, la loro capacità di inserirsi nella vita della collettività in maniera armoniosa e con la capacità di svolgere bene la loro parte di lavoro e di contribuzione alla società di sui fanno parte.

L’ultima inchiesta completata da Almalaurea ci dice che a un anno di distanza dalla laurea il 40 % dei laureati dell’

Solo il 31 % dei laureati dichiara di essere ancora disoccupato ad un anno dalla laurea e forse sono anche un po’ meno; il tutto in un’ Università che ha uno dei tassi più bassi di occupazione post laurea del paese e in una terra le cui difficoltà di mercato del lavoro sono serie e note a tutti.

Addirittura a tre anni di distanza dalla laurea, detratti quelli che stanno ancora studiando, quasi il 75-80 % dei laureati ha un’occupazione.

Certamente molti di questi lavori sono precari oppure malpagati, ma comunque si tratta di una popolazione con una buona percentuale di occupazione e soprattutto con la possibilità di guardare con relativo ottimismo al futuro dato che i tassi d’occupazione migliorano nel tempo e che le statistiche ci dicono che  molti dei lavori precari si trasformano progressivamente in impieghi stabili.

Non voglio dire con questo che la laurea è la risoluzione di tutti i problemi, capisco che non è alla portata di tutti per ragioni complesse che non è il caso di affrontare qui, tuttavia esistono decine o centinaia di possibilità diverse di formarsi adeguatamente per gli impieghi che la società di oggi richiede.

Volevo solo fare un esempio che dimostrasse che quando i genitori sono capaci di fare il loro mestiere i figli un lavoro lo trovano.

Il punto è proprio quello, a viziare i figli sono buoni tutti, accontentarli, comprargli i vestiti firmati, il motorino o il quadriciclo e compagnia bella; ma  impegnarsi nel guidarli, nel fargli capire cosa vuole dire l’istruzione,  sgridarli o anche a punirli quando occorre, insomma   stargli con il fiato sul collo tutti giorni con severità e determinazione, beh , quello è più difficile e per molti troppo faticoso.

Per carità, non voglio assolvere la politica e le istituzioni, i loro torti sono gravi ed evidenti ma pensiamo tutti anche  a quello che abbiamo fatto o che non abbiamo fatto come padri e come madri quando ci scagliamo contro i “politici” che non danno risposte! 

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3 commenti su “Noi e la crisi: una riflessione confidenziale”

  1. Alessia

    Un’analisi amara e lucida, onorevole Meloni. Purtroppo molti genitori non si rendono conto dell’importanza della cultura, e non solo a fini lavorativi.

  2. Antonio

    Bisogna anche guardare al fatto che la scuola e l’università italiana non sono qualitativamente allo stesso livello di quelle europee, soprattutto per quanto riguarda la preparazione ad entrare nel mondo del lavoro.

  3. Giorgio Angius

    Sono in parte d’accordo con la Tua analisi. Aggiungo due elementi di critica alla generazione dei 60/70 enni (con tutto l’affetto per molti di loro!):
    1. Aver caricato i figli di aspettative lavorative che oggi non sono nè possibili, nè profittevoli. Molti figli di bravissimi artigiani oggi avrebbero un futuro assicurato, se avessero seguito le orme dei padri. Ma sono i padri che li hanno voluti laureati (non importa in che cosa) e oggi quei figli (spesso dottori in Scienze della Comunicazione, Psicologia e Pedagogia in numero enormemente superiore alla capacità di assorbimento del sistema Sardegna) non possono tornare indietro. Glielo vieta il senso di delusione dei loro genitori e l’oggettiva incapacità di iniziare a lavorare come artigiani a 35 anni. Questi nostri giovani scolarizzati, ma in una direzione infruttuosa, ingrossano le file dei call center o si arrendono a fare i camerieri. Una delle principali colpe che attribuisco alla generazione dei 60/70 di oggi è l’aver dissacrato lavori onorevolissimi come l’artigiano, il pastore, l’agricoltore. Il risultato è che oggi abbiamo le campagne vuote, idraulici rari come tecnici della NASA e una massa di giovani frustrati che fanno la fila per fare un lavoro d’ufficio (e quindi degno secondo i loro genitori), seppur precario a 800 euro al mese. Quindi concordo con l’esigenza di studiare, ma occorre più concretezza nella scelta degli indirizzi. Si dovrebbe puntare molto sulle scuole professionali e sulle lauree che abbiano effettivi sbocchi lavorativi.
    2. Il secondo elemento di critica è l’abitudine di chiedere al politico più vicino l’appoggio per un’assunzione. Questo modello di funzionamento della società è tutto vostro, cari miei 60/70enni! E lo è perchè ai vostri tempi funzionava così e siccome l’economia reggeva vi è andata anche bene. Se voi aveste insegnato ai vostri figli che il lavoro non è un diritto, ancorchè la vostra Costutuzione si aggiunga a creare illusioni, ma è un’opportunità da costruire con impegno, umiltà e sacrificio, oggi i giovani sardi si darebbero più da fare. Al di là delle chiacchiere politicamente corrette, la verità è che il giovane che inizia a cercare lavoro, spesso come prima cosa chiede al politico, come seconda chiede ad un altro politico e poi inizia a mandare CV se vede che va male.

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