Turismo, Rapa Nui ci fa un baffo

di Giorgio Valdes*

L’Isola di Pasqua (Rapa Nui) è uno landa brulla e desolata, flagellata dal vento e dalle onde e dispersa nel mezzo dell’Oceano Pacifico.

La terra più vicina è il Cile, da cui dista circa 4000 km, cioè otto volte la distanza tra Roma e Cagliari; in tutta quella parte di oceano Rapa Nui è la terra più povera di  vegetali, di uccelli marini (ne sono rimaste solo 7 specie) ed addirittura di pesci; registra circa 4500 residenti, più o meno quanto ne conta un paese come Senorbì ed ha una superficie circa 150 volte inferiore rispetto a quella della Sardegna.

Ma possiede anche 600 grandi monoliti “Moai”, realizzati dagli antenati delle popolazioni locali successivamente all’anno mille d.C, più o meno quando  nella nostra regione si avviava  il periodo giudicale.

La piccola amministrazione locale negli ultimi anni ha dovuto contingentare gli arrivi turistici perché troppo numerosi; salvo ampliare ultimamente il suo aeroporto in previsione di un traffico che si attesta intorno ai …..200.000 arrivi per anno.

   Stonehenge è invece, come noto, una località inglese che si caratterizza per un circolo megalitico, probabilmente risalente al terzo millennio a.C.

L’English Heritage, una sorta di Sovrintendenza ai Beni archeologici, ha dichiarato molto candidamente che le pietre sono state risistemate non come erano in origine, ma in quella che “poteva” essere la loro posizione iniziale.

Il sito “rivisitato”, viene da tempo promosso come calendario solare, anche se in una  tavola dell’Albrizzi del 1755, precedente alla ricollocazione dei monoliti, non si rilevano elementi che richiamino alcun calendario o pseudo tale.

La media dei turisti che negli ultimi anni sono giunti

a Stonehenge è pari a circa…. 850.000 per anno.

    Loch Ness è invece un lago, situato in una contrada umida e nebbiosa della Scozia, con annesso fantomatico mostro che raccontano aggirarsi nelle sue acque.

Sono state fatte ricerche di ogni tipo, con esperti, troupe televisive e cinematografiche giunte da tutte le parti del mondo, ma non è stata trovata alcuna prova dell’esistenza della creatura misteriosa, salvo alcune foto sfuocate che ritraggono una specie di anguilla ripresa con il teleobiettivo.

Tuttavia il ritorno mediatico è stato ed è ancora dirompente, favorito proprio dal mistero che aleggia intorno a questa leggenda; e siccome miti e leggende rappresentano una risorsa importante, almeno sotto il profilo turistico,  è meglio che rimangano tali perché, come i sogni, scompaiono al risveglio…. ed al viaggiatore piace sognare.

Lo hanno capito bene quelli che risiedono nei territori circostanti il laghetto scozzese, che giurano compatti sull’esistenza del mostro…. e così ogni anno a Loch Ness transitano circa 2.000.000 di turisti.

In tutta la Sardegna, nel 2011 si sono registrati circa 2.400.000 arrivi, cifra oscillante secondo diverse ed altalenanti opinioni e comunque in calo rispetto agli anni precedenti.

Sempre in Sardegna  il numero dei nuraghi si valuta tra i 7.000 e gli oltre 10.000; ci sono poi centinaia di menhir, 78 dolmen, 2400 domus de janas, 320 tombe di giganti, 50 pozzi sacri ed una straordinaria quantità di toponimi, indizi e riferimenti che richiamano altrettante leggende.

“La Sardegna è” tra l’altro “l’unica regione italiana che ha un’architettura templare vera e propria nella protostoria”, come scrive sulle pagine dell’Unione Sarda del 24 Marzo 2012 la dottoressa Anna Depalmas, docente di protostoria europea ed archeologia del paesaggio presso l’Università di Sassari.

Ma noi siamo superiori a queste cose e possiamo permetterci di deridere quei creduloni di inglesi e scozzesi e quei quattro ingenui che vivono a Rapa Nui!

* Centro Studi

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9 commenti su “Turismo, Rapa Nui ci fa un baffo”

  1. Alessandro

    Il potere della promozione! Forse in Sardegna non ci sono abbastanza esperti di comunicazione e marketing…

  2. Paolo

    Beh comunque non ci è andata così male, abbiamo avuto più turisti di quelli di Loch Ness e dell’Isola di Pasqua sommati insieme!

  3. giorgio

    Le (relativamente) nuove strategie di marketing turistico indicano che il turismo non è più di destinazione ma di motivazione, nel senso che non si sceglie più una meta come tale, ma perchè offre quello che ogni singolo target turistico si aspetta. Ma anche per il turismo di motivazione (vacanze attive, eno-gastronomiche, ambientali, archeologiche religiose etc….) la concorrenza è vastissima e noi scontiamo tra l’altro il grosso problema dei trasporti, quantitativamente scarsi ed altrettanto costosi. Ma allora come si spiega la straordinaria appettibilità turistica di un’isola come quella di Pasqua, non solo difficilmente raggiungibile ma anche obiettivamente penalizzata sotto il profilo ambientale?
    Semplicemente per la sua forte caratterizzazione identitaria che la rendono unica nel panorama mondiale.
    Esattamente quello che si dovrebbe fare in Sardegna, promuovendo l’aspetto identitario connesso al megalitismo ed agli avvenimenti storici (e leggendari) di quel particolare periodo che in cui la Sardegna era una potenza egemone nell’intero Mediterraneo, cioè in buona parte del mondo allora conosciuto. E non lo dico solo io, semplice appassionato della nostra protostoria, ma il professor Giovanni Ugas ed altri esimi archeologi e ricercatori, oltre a tutti quelli che hanno da tempo avviato un movimento di protesta nei confronti di una cultura prevalente che banalizza le nostre vere origini per enfatizzare periodi come quello fenicio punico e romano, che ci hanno visto colonizzati o dominati

  4. giorgio

    Sicuramente si, se la Sardegna fosse estesa, giusto per fare un esempio, come il territorio di Assemini !

  5. giorgio

    Una precisazione: il professor Ugas afferma semplicemente che i Shardana, i periodo nuragico,costituivano una potenza egemone nel Mediterraneo.

  6. MARCO

    Gentilissimo Valdes,
    viaggiando per il mondo si incontrano numerosi casi in cui amministrazioni locali o centrali sono riuscite a valorizzare anche ai fini turistici il proprio carattere identitario, spesso fondato sulla storia, ma spesso perso anche nel mito e nella leggenda. Voglio portare un esempio che ho potuto constatare di persona. La Nuova Zelanda è un paese sito agli antipodi rispetto all’Italia, distante tre ore di volo dalla più vicina terra ferma, l’Australia, poco popolato, ricco di bellezze naturali. In Nuova Zelanda vivono i discendenti dell’antichissima etnia Maori, di origine polinesiana, che nei secoli ha mantenuto pressoché intatto il suo carattere identitario e il relativo bagaglio culturale. Il governo locale ha promosso una forte azione di integrazione e valorizzazione di tale etnia e lo sfrutta anche ai fini turistici: nell’isola del Nord è possibile visitare numerosi siti Maori, con ricostruzione delle case tipiche, esibizioni di danze tipiche (la più famosa è la Haka balzata agli onori delle cronache perché ballata dagli All Blacks), persino degustazione di piatti tipici (sigh!). Numerose località sono state ribattezzate con gli antichi toponimi Maori, che all’orecchio straniero suonano assai affascinanti. Ad un occhio attento risulta evidente che molto di tutto ciò è frutto di una ricostruzione e rivisitazione moderna, tuttavia i neozelandesi sono riusciti a costruirci attorno una fiorente industria turistica, che, tra l’altro, funziona egregiamente tutto l’anno, anche quando, durante la nostra estate, le temperature diventano ben più rigide delle nostre e piove quasi tutti i giorni. A completare il quadro c’è una gestione efficiente e di qualità dell’industria turistica, un paese oggettivamente bellissimo e, soprattutto, visitabile in sicurezza in svariati modi; e negli ultimi anni anche una giovane e dinamica industria vitivinicola. Tuttavia, per poter raggiungere questo paese, esclusi gli australiani, tutti gli altri devono pagare costosi biglietti aerei.
    Ora: la Sardegna ha un carattere identitario fortissimo, che non ha bisogno di essere ricostruito ai fini turistici; i nuraghe, le domus de janas, i pozzi sacri, ci sono (spesso sotto la terra e le sterpaglie), e non hanno bisogno di essere ricostruiti; l’isola è magnifica in tutte le stagioni, soprattutto in primavera e in autunno, quando il clima è assai dolce ed è possibile godere della genuina bellezza di riti e feste antichissimi; abbiamo un mare tra i più belli del mondo; siamo a meno di due ore di volo da un miliardo di persone… cosa possiamo volere di più?
    Credo che ormai sia chiaro che abbiamo le carte in regola per sfruttare quello che la natura e la storia ci hanno generosamente concesso; si tratta di sviluppare nei sardi la consapevolezza di questo enorme potenziale e di cominciare a progettarne il suo sfruttamento ai fini economici, in maniera sostenibile. Molti turisti nel mondo non aspettano altro!

  7. giorgio

    Gent.mo Marco
    Mi pare che i rispettivi punti di vista collimino perfettamente.
    Purtroppo non sono mai stato in Nuova Zelanda, ma da quanto lei mi racconta e da ciò che ho letto e sentito, mi pare di comprendere che quelle popolazioni siano giustamente fiere delle loro origini, che hanno nell’etnia Maori l’elemento identitario caratterizzante.
    La valorizzazione degli antichi siti, la ricostruzione delle capanne tipiche, le danze e la degustazione dei piatti della tradizione e tutta quanto lei descrive, fa intendere che in quei paesi abbiano ben compreso il significato di “industria turistica integrata”; termine che indica semplicemente la capacità che “dovrebbe” avere il turismo di coinvolgere altri settori produttivi valorizzando, nel caso specifico, l’unicità della destinazione turistica che si propone.
    Mi piace anche la sua osservazione sulla storia che sfuma nel mito e nella leggenda, perché è qualcosa che accade inevitabilmente nei luoghi che vantano le origini più remote, dove nessuno pensa di esorcizzare l’elemento leggendario, che anzi entra a far parte dell’essenza dei rispettivi territori.
    Quale è allora il problema della Sardegna, che può vantare un patrimonio megalitico immenso, una civiltà plurimillenaria, tradizioni le cui origini si perdono in tempi lontanissimi, una straordinaria tipicità nelle produzioni agro alimentari, un ambiente intatto, un territorio geologicamente stabile e chi più ne ha più ne metta?
    Potrei semplicemente raccontarle che a quelli della mia generazione ( e non credo che le cose siano nel frattempo sostanzialmente cambiate), i libri della scuola dell’obbligo propinavano dosi massicce di classicismo e guai a dimenticarsi la data di nascita di un re di Roma; ma da nessuna parte si parlava di nuraghi e della loro funzione ( enigma tuttora vigente).
    E tanto meno si accennava alle domus de janas, ai pozzi sacri, ai menhir, alle tombe dei giganti ed ai dolmen che costellano, a migliaia, il territorio dell’isola.
    Ma non voglio dilungarmi sull’argomento e faccio prima a riproporre, ancora una volta, una frase di Antonio Simon Mossa, padre storico del sardismo, dove in poche parole sono condensati i motivi principali della nostra arretratezza (anche in campo turistico):
    “Non credo affatto che noi Sardi abbiamo una qualsiasi idea della storia di questo paese. Non abbiamo mai fatto cose positive per la nostra terra. Abbiamo la testa piena delle ‘glorie romane’ di ‘pace romana’ di ‘giustizia romana’ e di tutto quanto spiegano malamente le cosiddette scuole umanistiche. Di quest’isola non ne sappiamo niente. La nostra storia è stata fatta da altri. La nostra personalità non è minimamente intervenuta. La nostra ignoranza è la causa del disprezzo verso tutto ciò che è nostro”.

  8. giorgio

    Se aprite il seguente collegamento internet, troverete la conferma delle mie asserzioni:

    http://forum.nexusedizioni.it/%E2%80%8Bstonehengeil_crollo_di_un_m%E2%80%8Bito-t4010.0.html .

    Gli inglesi sono stati lungimiranti e non si sono fatti scrupolo di spostare le pietre di Stonehenge “a sentimento”, consapevoli dell’impatto mediatico che un antichissimo “calendario solare” avrebbe suscitato nei confronti dello sterminato numero di turisti attratto dall’alone di mistero che è stato artificiosamente creato intorno al sito.
    Non c’è pericolo che questo capiti in Sardegna, dove il problema principale pare sia quello di preservare l’anfiteatro romano e Tuvixeddu -memorie di culture imposte dai conquistatori di turno o andandoci bene da colonizzatori (semmai i fenici siano mai esistiti)-; mentre il nostro megalitismo, oltre ai miti e le leggende che vi si connettono, si configura al più come oggetto di dibattito interno tra colti ed eretici; un po’ come le partite di pallone di vecchia memoria Lido contro D’Aquila o scapoli contro ammogliati

  9. Francesco Murroni

    Caro Giorgio (Valdes, casomai ce ne fossero altri),
    vedo con piacere che non ‘molli ‘mai, e ciò ti fa onore.
    Sono cose che ci siamo dette in atre circostanze. Altre volte avevo contestato alcune tue posizioni, ma, per quel che leggo, dico subito che concordo pienamente con te.
    Ma sono fortemrente deluso dal fatto che le istituzioni non capiscono che bisogna impegnarsi per avvolgere la Sardegna con quel velo di mistero che merita, e che serve.
    Impegnarsi significa scegliere delle guide motivate ed entusiarte – come te -per organizzare una equipe di persone che alle conoscenze di base della Protostoria e della Preistoria uniscano quel tanto di fantasia capace di stimolare le genti, magari … spostando qualche pietra , come osservò l’Albrizzi per Stonehenge, nel 1755, senza inventare teorie insostenibili che potrebbero squalificare il lavoro. La presenza di consulenti apparteneti alle istituzioni, che ho visto inserire in altri campi, per quanto eccellenti in tema di preparazione e conoscenze, rappresenterebbero un freno per curare alche l’aspetto fantastico ed insolito. Ho letto spesso (e tu sai che l’ho fatto) in qualche pubblicazione data alle stampe da universitari stimati, l’affermazione secondo la quale occoreva non cadere nelle affermazioni riferite dal MITO. A parte che dietro al mito si nasconde spesso una qualche verità, io avrei preferito sentire anche quel che diceva il mito, lasciando che altri, il lettore, decidesse ‘lui ‘se respingerlo o meno: ma, nel frattempo, …lo arebbe assimilato. Se, poi, avessimo espresso anche un nostro parere personale, ecco che il fatto crudo avrebbe avuto quell’alone di fantastico utile. Come sai, per esempio, una scrittura trovata nell’Isola di Pasqua, che avete nominata, trovava risconto ( è quasi precisa) in un’altra utilizzata nella Valle dell’Indo migliaia d’anni prima: sembrerebbe impossibile! Eppure, azzardando certi eventi geplogici, si potrebbero trovare delle spiegazioni “non impossibili”.
    L’equipe potebbe, con poche spese, iniziare dalla base, per esempio, predisponendo la cartina della Sardegna con i nomi antichi dei paesi; dove necessario e possibile, dare qualche spiegazione. Oppure segnando i ruderi dei villaggi non più esistenti. Cosa ci vuole? Si ha già il materiale o lo si chiede ai comuni, La carina si distribuisce gratuiticamente alle Agenzie di viaggio. Poi, … man mano …
    E la storia dei Shardan “senza paura”? Poi… nell’Atlantico? Si, nell’Atlantico.
    La Talassocrazia di Shardana e Tirreni è ormai comprovata.Togliendosi i paraocchi si possono fare tante cose bellle, e perfino far star meglio chi seguirà: intendo i figli e nipoti
    Ciao
    Francesco

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