La cultura del lavoro: il manifesto

Questo è il manifesto “La cultura del lavoro” redatto su incarico del coordinamento regionale dei Riformatori sardi al dipartimento Lavoro del partito

In questo tempo di crisi dell’economia e delle identità culturali, più di ogni altro argomento politico, il tema del lavoro interroga profondamente i Riformatori Sardi, i quali pensano che intorno ad esso sia urgente e utile aprire una discussione dentro e fuori il partito. Occorre riflettere per trovare  risposte credibili da dare soprattutto ai giovani, alle donne e a tutti coloro che vengono espulsi dal ciclo produttivo senza avere la speranza e le aspettative di un reinserimento. E’ un tema, questo, che un partito di ispirazione cristiana e liberal-democratica, come il nostro, intende vivere come un imperativo categorico: affermiamo che non si tratta di un argomento indifferenziato e tanto meno socialmente neutro!
Riteniamo, ancora, che il lavoro non sia una materia che abbiamo culturalmente mutuato da altre ideologie, ma, al contrario, lo rivendichiamo idealmente originario, come nostro, come coloro che hanno fatto della libertà e della giustizia sociale la stella polare della propria azione politica e che ha le sue radici ispiratrici nella Dottrina Sociale della Chiesa.
Gli orientamenti politici, per svilupparsi con coerenza, devono essere sostenuti da principi e valori non negoziabili, ben presenti a coloro che su questi fondano le loro politiche operative. Non si possono, dunque, immaginare politiche attive del lavoro che non siano fondate su una cultura del lavoro, la quale ha dato origine in Italia ad atti legislativi anche complessi da essa ispirati.
Un esempio clamoroso è lo Statuto dei diritti dei lavoratori.  Esso è un punto di sintesi di un percorso al quale hanno contribuito in pari grado la componente culturale cattolica e la componente socialista riformista. I buoni principi che lo statuto realizzò, lo stesso impianto di cui è permeata la legge, sono ispirati al pensiero cattolico: la persona innanzi tutto, non la classe. Non è una differenza di poco conto partire dalla persona, la persona nel lavoro, nelle sue proiezioni interrelazionali. Questo implica il riconoscimento della sua dignità in quanto individuo e della sua personalità in quanto “principio, soggetto e fine dell’attività lavorativa”, inserito in quella comunità che è l’impresa e nella quale trova la sua realizzazione.  Ad una concezione ideologica economicista del lavoro, che non ci appartiene, noi contrapponiamo una visione umanistica e solidaristica, che ha come fine l’uomo e la sacralità della sua individualità. Ecco perché noi vogliamo riconoscerci in questi valori che hanno ispirato gran parte della legislazione italiana del lavoro, e dobbiamo, altresì, rivendicare l’orgoglio di essere ispiratori di quei valori.
Rispetto a questi principi vogliamo essere conservatori, ma dobbiamo essere modernizzatori nei modi nei quali questi si attuano. “I valori non cambiano, gli strumenti e i tempi sì”.
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Il tema del lavoro contiene in sé  elementi di conflittualità,  di polemiche sempre vive, di tragedie personali e collettive, è insomma tout court un tema politico mai sopito . Inoltre proprio in virtù della sua specificità porta in sé condizionamenti culturali di conformismo che rendono la materia spesso intangibile  e che una parte politica vorrebbe marmorizzata: paradossalmente proprio quella parte che non condivise l’approvazione di molta della legislazione ancora oggi fondamentale per la tutela dei lavoratori. Ricordiamo sommessamente che il relatore PCI in parlamento, che non votò lo statuto, dichiarò che i lavoratori italiani non avrebbero mai perdonato alle forze politiche l’approvazione della legge 300/70.
Di questi tempi sovente si sente dire che occorre difendere i lavoratori. Si usa e si abusa nelle questioni politiche attinenti al lavoro, segnatamente a sinistra, del termine difendere. Noi riteniamo che così facendo si finisca per rimanere immobili: difendere l’esistente non è più sufficiente, si finisce per diventare conservatori non dei principi ma delle tecniche. Occorre apprestarci a valorizzare l’uomo in quanto lavoratore, nella sua professionalità, nel merito e nella conoscenza, o meglio nell’accesso alla conoscenza, anche abbattendo quel muro ideologico che è stato frapposto quarant’anni fa tra la scuola e l’impresa. Non possiamo dimenticare che i giovani in Italia hanno una difficoltà superiore di tre volte rispetto agli adulti di accedere al mond

o del lavoro.
Non è più sostenibile il tempo di passaggio dalla istruzione al lavoro. Tutti gli indicatori confermano che nei paesi dove funziona il collegamento tra sistema di istruzione e mondo del lavoro, esiste un mercato del lavoro più flessibile, così che paiono smentite le tesi di chi attribuisce l’origine del precariato alla legge Biagi. Semmai il problema, tra gli altri, risiede nella incompiutezza del sistema di un mercato del lavoro asfittico che per funzionare correttamente deve essere flessibile in uscita ma anche in entrata.  L’esigenza di accrescere il grado di flessibilità nel mercato del lavoro, anche attraverso contratti temporanei, al fine di aumentare la probabilità dei giovani di trovare un’occupazione e acquisire conoscenze lavorative, di cui necessitano, va contemperato da misure di garanzia reddituale e previdenziale che spingano ad un uso non abnorme di questo tipo di contratti.
Fondamentale, e da noi apprezzato, è il ruolo dell’impresa nel mondo del lavoro, a cui è affidata in ultima analisi, ancora di più oggi, il difficile compito di produrre ricchezza, innovazione e occupazione, seppure in un periodo di stagnazione economica diffusa. La Dottrina Sociale della Chiesa  considera la libertà della persona in campo economico un valore fondamentale e un diritto inalienabile da promuovere e tutelare. L’impresa deve caratterizzasi “per la capacità di servire il bene comune, svolgendo una funzione sociale e creando opportunità di incontro, di collaborazione, di valorizzazione delle persone coinvolte”. Tuttavia siamo consci, e lo rileviamo con forza,  che, con sempre maggiore frequenza, i rapporti di lavoro giovanili, regolati da contratti atipici, non risultano giustificati da esigenze produttive né previste dalle leggi sull’occupazione: troppe volte si tratta  di veri e propri atti in frode alla legge. Non può sfuggire che i diritti che nascono dal lavoro sono diritti della persona che lavora e che non può farlo “ se non in un ambiente in cui la giustizia sociale e la libertà sono rispettati”
Una domanda che ci assilla è come crescere oggi?
Non possiamo non interrogarci se riusciremo a crescere dovendo sostenere il peso del debito pubblico, il declino demografico e le nuove tecnologie che mettono in discussione “l’intensità occupazionale di qualità”.
La Strategia Europea dell’Occupazione(SEO) si definisce sulla base di quattro pilastri: 1) occupabilità, ovvero la capacità di inserimento nel mercato del lavoro attraverso la formazione permanente, l’istruzione ed efficienti servizi per l’impiego; 2) adattabilità delle imprese e dei lavoratori con l’ammodernamento dell’organizzazione del lavoro e promozione di contratti flessibili; 3) imprenditorialità, favorendo condizioni favorevoli di nuove imprese ed un rafforzamento della lotta all’economia sommersa; 4) pari opportunità della occupazione femminile, pari retribuzione.
E’ il modo, forse non il solo, attraverso il quale realizzare una giustizia sociale in un mercato del lavoro fortemente squilibrato e frastagliato in cui alcuni sono molto protetti, altri poco. Tuttavia non vi è chi non veda, nel nostro paese, che anche coloro che sono tutelati dall’art. 18, con specifico riferimento all’impresa privata, in realtà non sono per nulla protetti quando il posto di lavoro si consuma. Eppure oggi coloro “che fanno muro contro la riscossa conservatrice” a difesa dell’art. 18,  sono considerati i salvatori della patria.
Nei paesi nordici i lavoratori sono tutelati nel mercato, con vincoli ridotti al licenziamento ma sussidi generosi ai disoccupati e sforzo nelle politiche attive.
In Italia, invece, la tutela è attuata soprattutto nel posto di lavoro, restringendo le possibilità di licenziamento, ma con scarsi sussidi di disoccupazione e scarso ricorso alle politiche attive di orientamento, sostegno alla ricerca, incentivi all’assunzione, formazione.
Il compito che intendono assumersi i Riformatori Sardi è quello di dare inizio ad una riflessione tra i propri aderenti non soltanto sulle politiche del lavoro, di cui sono già protagonisti nel panorama politico sardo, ma in particolare sulle motivazioni ideali di riferimento. Vogliamo manifestare pubblicamente  l’idea che ci  muove sulle questioni  che attengono la materia del  lavoro, con la consapevolezza che, sempre pronti a confrontarci con tutti, siamo tuttavia portatori di una idealità che sentiamo nostra. Vorremmo suscitare dibattito anche nell’opinione pubblica su un argomento che investe e coinvolge così diffusamente tutti, perché attiene al ruolo che ognuno di noi riveste o rivestirà  nella società. E anche perché non è vero che tutte le politiche del lavoro sono uguali. Noi diciamo che dipendono dalle culture che  le sostengono.
I Riformatori

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5 commenti su “La cultura del lavoro: il manifesto”

  1. simone addari

    Finalmente si parla di Lavoro anche fuori dai partiti della sinistra !
    E sacrosanto affermare che il lavoro non sia una materia che abbiamo culturalmente mutuato da altre ideologie, ma, al contrario, lo rivendichiamo idealmente originario, come nostro, come coloro che hanno fatto della libertà e della giustizia sociale la stella polare della propria azione politica e che ha le sue radici ispiratrici nella Dottrina Sociale della Chiesa.!!
    Andiamo avanti così

  2. Tommaso

    Anch’io sottoscrivo tutto: è bene essere conservatori nei principi, ma soprattutto bisogna essere moderni nei modi di intendere e attuare le politiche del lavoro!

  3. Eleonora

    Complimenti all’avvocato Deiana, un manifesto chiaro e completo che rispecchia perfettamente il nostro modo di pensare.

  4. Carla

    Il problema sta anche nel mondo dell’università, che non prepara adeguatamente i giovani ad entrare nel mercato del lavoro.

  5. Roberto

    Esatto Carla, se si adottasse il sistema dei paesi anglosassoni, dove ogni anno gli studenti fanno degli stage nelle aziende, sarebbe già un bel punto di partenza…

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