Per il Sulcis serve coraggio

di Paolo Zedda

Molto spesso bastano pochi numeri per fare una sintesi di situazioni sociali molto complesse.
La provincia Iglesias – Carbonia, sicuramente una delle più povere in Italia, ha una popolazione attiva composta per un terzo da disoccupati, un terzo da pensionati e un terzo da persone occupate nelle diverse attività.
Se si tiene conto che tra gli occupati sono censiti anche i cassintegrati e ovviamente tutti quelli in qualche modo impiegati nelle pubbliche amministrazioni, ci si rende conto del dramma che vive il bacino del Sulcis tutte le volte che una delle sue poche attività produttive entra in qualche modo in crisi allungando lo spettro della disoccupazione per altre fasce di lavoratori.
Il caso più recente è quello dell’ Alcoa e più in generale di tutto il polo dell’ alluminio di Portovesme, già tenuto in piedi per lungo tempo dalla mano pubblica con un impiego di risorse, solo per equiparare i costi energetici a quelli del continente, pari a 2 miliardi di Euro negli ultimi dieci anni.
Ma più emblematica è la storia del carbone del Sulcis che nel tempo non è stata altro che una snervante serie di tenaci speranze deluse riguardo le potenzialità di un’ industria estrattiva economicamente sostenibile.
Finita l’ enfasi creata dal fascismo e dalla guerra intorno alle miniere di carbone, che nei primi anni cinquanta occupavano ancora 10.000minatori, l’ avvento in Europa della C.E.C.A. ( Comunità Europea Carbone e Acciaio ) rese subito antieconomico il carbone sardo,di scarsa qualità con basso potere calorifico e molto ricco di sostanze volatili come lo zolfo.
A seguito della pressione di un intero territorio e alle lotte dei minatori, che man mano che diminuivano di numero aumentavano di combattività, con scioperi, manifestazioni che scandivano i passaggi cruciali di questa storia, durante gli anni sessanta lo stato decide di intervenire affidando le miniere sarde all’ ENEL prima e poi negli anni ottanta all’ ENI.
E’ inutile ricordare la gestione fallimentare delle due aziende pubbliche e il

progetto fallito dell’ ENI di legare il carbone, magari gassificandolo, alla produzione di energia elettrica per le industrie pesanti e energivore del polo dell’ alluminio di Portovesme.
Nel 1994 Il governo Berlusconi decreto il passaggio delle miniere ad un soggetto privato, ma nel 1995 la prima asta internazionale andò deserta, per cui l’ ENI mise in liquidazione la Carbosulcis che venne presa in caricodalla Regione Sardegna per gestire il periodo di transizione verso la privatizzazione (22 gennaio 1996 ).
Il percorso di privatizzazione è in corso tutt’ oggi, un tentativo dell’ Ansaldo e della Sondel non andò a buon fine perché le banche finanziatrici non ritennero il progetto economicamente sostenibile.
Siamo al giorno d’ oggi, la comunità europea approva il progetto di captazione della CO2 e la regione con toni trionfalistici annuncia dopo sedici anni dal primo tentativo l’ avvio della procedura di una nuova gara internazionale.
Il nuovo piano prevede un’ investimento di 1,5 miliardi di euro, per la costruzione di una nuova centrale elettrica di 450MWe e l’ implementazione degli impianti necessari alla captazione della CO2, con la prospettiva di una riduzione di circa il 30% della produttività rispetto a una centrale tradizionale.
Non si capisce se almeno per quanto riguarda l’ investimento iniziale ci sarà un contributo dell’ Europa, sicuramente la mano pubblica non potrà sostenere l’ iniziativa durante la vita ordinaria della società, per ovvi motivi legati alla concorrenza.
Carbosulcis, Alcoa, altre società dell’ alluminio ex EFIM, lo spartito e la musica e sempre la stessa, la regione Sardegna deve intervenire con risorse pubbliche per salvaguardare posti di lavoro e con questi aziende decotte e non più sostenibili dal punto di vista economico.
Certo in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo in campo nazionale, la soluzione del problema Sulcis è ancora più drammatico, anche perché frutto dell’ integrale di n errori politici e manageriali che si sono sommati negli ultimi cinquant’ anni.
Scelte coraggiose non mi pare che siano in programma da parte di nessuna forza politica, oltre il comune piagnisteo con il governo centrale, forse anche in Sardegna occorrerebbe un governo di tecnici capace di programmare e perseguire ciò che la politica non ha saputo fare.

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5 commenti su “Per il Sulcis serve coraggio”

  1. Andrea

    Non è solo l’industria a soffrire… anche i commercianti sono alla fame, perché la gente non consuma più!

  2. Daniele

    E’ sicuramente la provincia più povera d’Italia, ma anche una delle più povere d’Europa!

  3. Fabio

    Interessante capire da dove ha avuto origine la crisi dell’industria nel Sulcis, decenni di scelte sbagliate…

  4. Giovanni

    Serve coraggio, ma servono anche i soldi! Senza quelli purtroppo non si va da nessuna parte… il coraggio nel Sulcis non ci manca!

  5. Luisa

    Se non si fa qualcosa per far ripartire l’industria, o ancora meglio per riconvertire gli stabilimenti trasformandoli in qualcos’altro (penso al turismo culturale), questo territorio diventerà un deserto…

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