Alcoa, uniti per il presente e per il futuro

di Peppino La Rosa*

Con l’accordo del 2010  fondato sul decreto “salva Alcoa”, approvato anche dall’U.E., si era scongiurata la chiusura della fabbrica di Portovesme assicurando uno sconto sul costo dell’energia sino al 2013. Alcoa nel frattempo avrebbe chiuso accordi con Paesi dove il costo dell’energia non è un problema.

Eppure l’Italia ha impiegato ingenti risorse per assicurare sussidi in grado di abbattere i costi energetici. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera del 10 gennaio scorso, “nel periodo 1996 – 2009, l’Alcoa ha beneficiato di circa 1.800 milioni di euro di sussidi, pagati in bolletta dai consumatori italiani. Come pagati in bolletta sono i 200 – 250 milioni di euro in due anni frutto del decreto salva alcoa del 2010”. E’ chiaro che chi guarda alla riconversione e a nuove e diverse prospettive di sviluppo per il territorio, può considerare che si tratta di cifre imponenti che se mantenute per finanziare non più un decreto “salva alcoa” ma un decreto “salva sulcis iglesiente” possono sostenere non solo i livelli occupazionali ma anche garantire nuove prospettive di sviluppo attraverso un piano finalizzato di infrastrutture e gli incentivi per nuove iniziative imprenditoriali.
E’ il tempo di fare scelte importanti e di lottare per difendere il nostro apparato produttivo ma anche per capire che il futuro del territorio non può risiedere nel continuare ad assicurare ingenti sussidi per mantenere in piedi un apparato produttivo incerto, precario, destinato ad un inesorabile chiusura. Quando Alcoa dovesse chiudere definitivamente gli accordi con l’Arabia Saudita, secondo alcuni sarebbero già conclusi, si pensa che possiamo mettere in campo sussidi cosi importanti da competere con i costi dell’energia in Arabia Saudita? L’eventuale cessione dell’azienda ad altri soggetti non sposta il problema in quanto i costi dell’energia restano il discrimine fondamentale. Temiamo fortemente che abbiamo davanti a noi ancora una volta l’ipotesi di un rattoppo, pure costoso, ma su un tessuto ormai logoro e lacerato e cedevole e se non saremo attenti, coraggiosi e responsabili, potrà caderci definitivamente addosso schiacciandoci senza più forza di rimetterci in piedi. La fase di deindustrializzazione del territorio è cominciata da tempo e il destino delle fabbriche di primario in generale in Europa è segnato. Per noi però la discussione si sposta necessariamente sull’impatto catastrofico di uno tsunami che colpirebbe l’intero apparato industriale ma anche a cascata tutti i settori produttivi e dei servizi ugualmente già  in grande sofferenza e che sconta da anni continue cessazioni senza che, purtroppo, faccia grande notizia. Vi è la necessità e insieme la preoccupazione di dover ancora una volta inseguire una intesa rabberciata, pure costosa, ma che non ci consentirebbe comunque di guardare lontano. Ma ora non è, più che mai, rinviabile l’urgenza di considerare allo stesso modo l’emergenza  drammatica del presente e l’assenza di un futuro per il quale dobbiamo lavorare prendendo la rincorsa  dalla mobilitazione di queste giornate con una unità riconquistata per non fermarci qui. Ci aspettano scelte importanti, fondamentali, decisive per il futuro del nostro territorio e dobbiamo essere noi qui capaci di farle e di conquistarle.
I Riformatori Sardi, dal primo momento, hanno preso una posizione netta, comunicata dal segretario regionale, assicurando il pieno sostegno in tutte le sedi per sostenere le lotte dei lavoratori, del territorio, della regione e questo è il nostro impegno nel territorio con totale disponibilità.
E’ indispensabile tuttavia riproporre con forza la nostra convinzione che il futuro del territorio non è nell’attuale apparato industriale pur pienamente consapevoli che dobbiamo difendere le fabbriche e sostenere i livelli occupazionali. Con questi intendimenti abbiamo utilizzato la campagna elettorale per le provinciali del 2010 per cercare di proporre all’opinione pubblica un nostro pacchetto organico di proposte finalizzato a sostenere il rilancio plurisettoriale dell’economia e per lo sviluppo della  nostra provincia. Gli obiettivi occupazionali preventivati erano quelli di recuperare buona parte dei posti di lavoro persi negli anni nella fase di deindustrializzazione e non certo di sostituire  l’apparato industriale e il suo apporto economico per il territorio. Per fare ciò ci vuole ben altro ma si trattava e si tratta di porre basi solide di nuovo sviluppo e da li ripartire. Il pacchetto di proposte è diventato un progetto di legge sottoscritto dal gruppo consiliare dei riformatori sardi, primo firmatario Franco Meloni, depositato il 26 maggio 2010. Chiunque potrà consultarlo sul sito del Consiglio Regionale cercando il P.L. 171.
I punti su cui si fonda la proposta presentata sono: Le attività di bonifica ambientale e di riqualificazione territoriale; interventi per l’agricoltura di qualità; lo sviluppo ai fini turistici dei siti minerari dismessi; norme sullo sviluppo turistico nelle aree boschive; norme per favorire lo sviluppo della nautica nel territorio; realizzazione di una cabinovia da Porto Paglia a Planu Artu con possibilità di allungamento del percorso; misure volte a sviluppare i percorsi culturali, archeologici, religiosi, naturalistici; impianti per il turismo golfistico; provvedimenti per lo sviluppo della ricettività alberghiera; interventi a favore dei settori dell’artigianato, del commercio, della pesca; interventi infrastrutturali con particolare riguardo alla viabilità e ai trasporti; iniziative promozionali del territorio:
La proposta di legge è una base di partenza solida sulla quale si può esercitare un proficuo lavoro di integrazione e miglioramento. Se troviamo l’accordo nel territorio, si può ottenere che venga discussa, emendata e approvata. Non è e non vuole essere il decreto salva sulcis iglesiente  di cui sopra che  avrebbe necessariamente obiettivi ben più ampi e competerebbe in primo luogo al governo nazionale ma è, può essere uno strumento importante per un rilancio dell’economia della nostra provincia. Ci piace pensare che possiamo lottare uniti per difendere l’esistente e che siamo capaci di farlo allo stesso modo per costruire il futuro e riportare un po’ di serenità nelle nostre famiglie.

* Coordinatore Riformatori Sardi Carbonia

6 commenti su “Alcoa, uniti per il presente e per il futuro”

  1. Marcello

    Solidarietà ai dipendenti dell’Alcoa. Almeno 500 di loro resteranno senza lavoro, una tragedia per un territorio già allo stremo.

  2. Salvatore

    Anche stamattina abbiamo manifestato contro la chiusura, da Portovesme fino alla Prefettura di Cagliari. Speriamo che serva a qualcosa.

  3. gigi

    mi dispiace per i tanti amici che lavorano in alcoa ma penso che la politica sarda attuale , ma neanche la vecchia possa fare qualcosa per mantenere in piedi la società… bisogna imporre la bonifica …ma ho paura che i politici isolani vogliano di nuovo utilizzare il tutto per propaganda politica…. si sapeva da due anni che gli americani avrebbero chiuso lo stabilimento e i sindacati e politici hanno preso per i fondelli a tutti con le varie manifestazioni….operai alcoa spero questa volta non diate retta alle solite barzellette dei politici

  4. Rita

    E’ una vera emergenza sociale. Purtroppo gli aiuti pubblici ricevuti non sono bastati.

  5. Marco Dessì

    Ormai la grande industria non ha più un futuro in Sardegna, si dovrà bonificare la zona e farci nascere qualche altra attività di tipo turistico.

  6. Enzo Marongiu

    In quelle zone abbiamo due cose che in pochi al mondo hanno: un mare da cartolina e i siti minerari dismessi. Si potrebbe puntare sul turismo culturale.

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