Fois (Riformatori): l’inserimento nella Costituzione del principio di insularità potrebbe portarci 2 miliardi all’anno

«Rifare lo Statuto? Troppo tardi
Ora l’unica speranza è l’insularità»

Quelli che volevano l’Assemblea costituente per cambiare lo Statuto sardo hanno smesso di crederci: «Rifare lo Statuto era utile vent’anni fa, ormai non serve più», dice Pietrino Fois, coordinatore dei Riformatori, dopo che alcuni partiti (anche alla luce dei referendum sull’autonomia lombardo-veneta) hanno riproposto la revisione statutaria. «Noi fummo i primi ad accorgerci che lo Statuto postbellico, dopo 50 anni, aveva necessità di un aggiornamento. Ma oggi la partita si gioca in Europa»


L’Unione europea esisteva anche 20 anni fa.
«Ma ancora non incideva così tanto sui destini dei singoli Paesi. Non c’era l’euro, i governi non erano strangolati come oggi dai parametri del debito pubblico e dal rapporto deficit/Pil».
Ma scusi, proprio i Riformatori che rinunciano a riformare le istituzioni autonomistiche…
«È inutile che ci dicano di fare adesso ciò che allora ritenevano impossibile. Ora l’unica battaglia sensata è per il principio di insularità nella Costituzione».

Quali vantaggi ne avremmo?
«Se la Costituzione riconosce la necessità di riequilibrare gli svantaggi geografici, si dovrà calcolare il costo pro capite dell’insularità. Si otterrà una cifra annuale che, protetta dalla Costituzione, nessuno ci toccherà più».
Quale cifra, ragionevolmente?
«Secondo i nostri calcoli, da 1,5 a 2 miliardi all’anno. Ti cambia il bilancio regionale, sarebbe il nostro ponte sullo Stretto».
Per cambiare la Costituzione serve un voto del Parlamento. Pensa che ci verrebbe accordato un riconoscimento così forte?
«So che servirà una battaglia dura. Ma è questo che deve fare la politica. Non è che lo Statuto ci sia stato regalato: ci vollero anni di lotta nella Costituente».
Si aspettava che così tanti partiti firmassero la vostra richiesta di referendum sull’insularità?
«Sinceramente no. Credo però che lo facciano perché vedono un appiglio concreto. E forse le vicende recenti, dalla Catalogna ai referendum in Lombardia e Veneto, ci hanno aiutato a far passare il messaggio».
Secondo lei, i referendum del nord ci devono preoccupare?
«No, anche se non trovo sensata la richiesta di Zaia di uno Statuto speciale veneto. E a quelle regioni che vorrebbero trattenere più soldi, perché danno allo Stato più di quanto ricevono, ricorderei che sono avvantaggiati dalla condizione geografica. Avrebbero avuto la stessa economia florida stando in un’isola in mezzo al Mediterraneo?»
Le vicende catalane invece stanno ispirando nuovi sentimenti indipendentisti nell’Isola. Voi come li valutate?
«Nel nostro vocabolario non esiste la parola secessione. Siamo fortemente legati all’Italia, negli ultimi anni la Sardegna ha fatto sforzi enormi legati all’appartenenza all’Italia: dal patto di stabilità al pareggio di bilancio, e ora gli accantonamenti. Mi sembra assurdo andarcene dopo aver fatto tutti quegli sforzi».
Il Nobel per l’economia Thaler li chiamerebbe costi irrecuperabili: se andarcene ci facesse stare meglio perché non farlo, a prescindere da quanto abbiamo pagato in questi anni?
«Intanto, non staremmo meglio. Le nostre condizioni economiche oggi non ci darebbero gettiti fiscali sufficienti a sostenere i costi dei servizi. E poi, restare con l’Italia serve a riscuotere i crediti che abbiamo maturato».
Non è una prospettiva assistenzialistica?
«No, si tratta di rivendicare ciò che è giusto. È vero che finora abbiamo ottenuto poco: ma non è che, se una gamba mi funziona male, mi taglio anche l’altra».
Fonte: l'Unione Sarda - Giuseppe Meloni